Il Mos Juvenum è diventato un maranza

Gruppo di ragazzi in un parco urbano — disagio giovanile e mos juvenum

Il Mos Juvenum è diventato un maranza

C’è una formula latina che compare negli archivi penali dell’Italia medievale e rinascimentale ogni volta che un giovane finiva davanti a un giudice. Mos juvenum: il costume dei giovani. Bastava scriverla per chiudere il discorso. Significava: i giovani sono così, violenti e irrazionali per natura, vanno contenuti con la forza.

Oggi non usiamo più il latino. Ma quando leggiamo di baby gang, di ragazzini in tuta acetata che “terrorizzano” i parchi, di maranza che accerchiano i professori, stiamo usando esattamente la stessa categoria. Cambia il nome, non la logica.

Questo articolo nasce da una domanda semplice: cosa succederebbe se smettessimo di leggere il disagio giovanile come un problema di ordine pubblico e cominciassimo a leggerlo come un linguaggio?

Ovviamente non considerando dove si configura reato; dove si configura il reo è giusto che il codice di procedura penale faccia il suo lavoro e non è questa la sede per discutere del Decreto legge 23/2006. Possiamo, però. pensare ad una questione semplice: se guardassimo questo disagio non come un problema di ordine pubblico ma come un linguaggio, ovvero, una forma del comunicare?

Il Mos Juvenum: una categoria antica

La storica Élisabeth Crouzet-Pavan ha studiato la documentazione penale italiana di fine Medioevo e ha mostrato come il mos juvenum non fosse una semplice constatazione sociologica. Era uno strumento. Serviva a giustificare il passaggio da una società che tollerava — entro certi limiti — le intemperanze dei giovani a una che le reprimeva in modo sistematico.

Nel saggio “Un fior del male: i giovani nelle società urbane italiane (secoli XIV-XV)” (in Storia dei Giovani, a cura di G. Levi e J.C. Schmitt), Élisabeth Crouzet-Pavan capovolge la narrazione tradizionale sulle nuove generazioni nel tardo Medioevo. Attraverso l’esame delle fonti dell’epoca, la storica evidenzia come le società urbane italiane ritenessero i giovani una pericolosa minaccia morale e sociale, anziché una risorsa collettiva, attivando rigidi meccanismi di controllo per arginarne l’esuberanza.

Definire la giovinezza come aetas infirma — età debole, selvaggia, irrazionale — aveva una conseguenza precisa: spostava l’attenzione dalla causa al sintomo. Non si chiedeva più perché quei ragazzi si comportassero così. Si dava per scontato che fosse nella loro natura.

Pierangelo Barone, Professore in Pedagogia dell’Università Bicocca di Milano, ha recuperato questa categoria nei suoi studi sull’adolescenza postmoderna. Lascio qui il suo affascinante articolo che tratta della violenza nei giovani.

Dal Medioevo a oggi: il ritorno della formula per il disagio giovanile

Il fenomeno dei Maranza è la versione contemporanea di questa dinamica. L’adulto guarda i gruppi di adolescenti — spesso di seconda generazione, spesso di periferia — che si muovono in branco, con tute acetate e borselli, ascoltando trap ad alto volume, e li etichetta a priori come una minaccia.

Mi ricordo ancora, quando ho iniziato a fare il lavoro da educatore che il concetto di maranza non era ancora sviluppato ma già ne erano evidenti i segni. I nuovi tamarri erano arrivati. Ricordo ancora la chiamata della polizia ferroviaria di Milano che voleva a tutti costi che andassimo a prendere un nostro ragazzo di comunità che si era messo a ballare con degli anziani in Piazza Duomo. L’episodio è grottesco, ma per questo: DASPO per un anno.

La risposta sociale segue lo stesso copione medievale: allarme mediatico, richiesta di maggiore sicurezza, proposte di abbassare l’età imputabile, Daspo urbani. Non educazione. Nel caso sopra un bell’allontanamento temporaneo dal Duomo di Milano. Già nel 2019 cominciava ad assaggiarsi quello che poi le cronache riportano conseguentemente da diversi mesi.

L’aggressione al professore e la povertà educativa

Per non restare nell’astratto, vale la pena guardare la cronaca recente con gli occhi della fenomenologia. Non per giudicare i singoli episodi, ma per capire cosa ci stanno dicendo.

Fine maggio 2026, davanti all’ITIS di Parma, nel parco Paganini. Un video diventa virale: tre ragazzi di 15, 16 e 17 anni aggrediscono due professori. Uno di loro colpisce un docente al torace con la cintura e la fibbia in metallo. La scena sembra chiara. L’indignazione è immediata. Il ministro Valditara interviene. La vicenda finisce sui telegiornali nazionali.

Ma poi la storia si complica — e si fa pedagogicamente molto più interessante.

Lavorando nei contesti di comunità sono arrivato alla visione del video integrale che non è, ovviamente solo la parte saliente dell’ aggressione che i mass media mostrano, a volte con superficialità. Proviamo a fare un tentativo di sospensione del giudizio e andiamo ad indagare più a fondo.

Nella mia comunità ho chiesto ad alcuni ragazzi che frequentano gli istituti comprensivi del polo scolastico di descrivermi la vicenda e di dirmi cosa ne pensassero. Un ragazzo ha preferito non sbilanciarsi troppo, affermando comunque che uno dei due professori “provoca tanto e che era normale arrivare a quel punto”. Un’altra ragazza mi ha detto chiaramente: “Sì, ma è il professore che provocava”. Agli occhi dei giovani, quindi, sembra che il docente più anziano abbia in qualche modo indotto l’aggressione.

Guardando il video che è circolato in rete, mi sono ritrovato a riflettere sulla natura di quell’attacco: più che un’aggressione pianificata, sembra quasi un gioco o un tentativo di saggiare il terreno. I ragazzi si avvicinano, provocano, testano il limite. Il professore reagisce minacciando di chiamare il 112 e poi accenna a un movimento, come per attaccare a sua volta. È a questo punto che il gioco sfugge di mano: il docente non impone la propria autorità, ma svela la propria fragilità. Dal filmato emerge come sia stato proprio lui a creare tensione, senza poi riuscire a gestire la situazione. I ragazzi, agendo in branco e con pochissimi strumenti per comprendere la dinamica emotiva in corso, rimangono intrappolati e scatta il cortocircuito.

Tuttavia, il video mostra un punto di svolta saliente: quando l’altro professore, quello con la maglietta gialla, viene colpito a cinghiate, il “gioco” si interrompe bruscamente e tutti intervengono per bloccare l’escalation. Questo dettaglio mi suggerisce che i giovani percepissero ancora il limite, ma che cercassero un adulto capace di ridisegnare quel confine con fermezza e senza paura. Invece, alla fine, l’immagine che resta è quella di una folla che guarda, divisa tra l’indignazione e la complicità.

Il professore aggredito, 63 anni, docente di Sistemi e Reti dal 1985, passa due ore in questura dove gli chiedono di denunciare. «Mi hanno quasi implorato di farlo», racconta al Corriere della Sera. Rifiuta. La sua posizione è netta: non la chiama aggressione, la chiama intervento educativo. Non farà denuncia per principio.

ha fatto bene, ha fatto male? Posso solo sbilanciarmi sul fatto che ha giocato male le sue carte nella relazione. Ma lo considero un gran bel tentativo di scontrarsi con il mondo degli adolescenti di oggi, che, in quel video, a me pare, cercavano la presenza dell’adulto e i professori glielo hanno dato ma con poca intenzionalità educativa. è uno scivolone ma ci vuole gran fegato, quindi mi complimento con i professori.

Il simbolo culturale: Zaccaria Mouhib

Zaccaria Mouhib, in arte Baby Gang, è il rapper italiano più ascoltato su Spotify in certi periodi. A marzo 2026 è stato condannato per detenzione di una pistola con matricola abrasa, portata — a suo dire — per paura di essere derubato. Da un lato è un idolo generazionale; dall’altro, è costantemente dentro il circuito penale.

Ieri, mentre scrivevo l’articolo, ascoltavo alcune canzoni di Baby Gang insieme ai ragazzi della comunità. Siamo partiti dal suo ultimo brano, Problema. Quando ho chiesto loro cosa provassero ascoltandolo, non hanno saputo rispondermi; tuttavia, sono fortemente attratti dalla metrica e dal modo in cui viene cantato. Ascoltando attentamente il testo, emerge una profonda sofferenza, ma pochissima volontà di riscatto. Per chi come me è cresciuto con il rap di Marracash e Jake La Furia, la violenza delle parole era lo strumento per gridare il desiderio di cambiare, di uscire da una situazione drammatica. Nella musica di Baby Gang, invece, questo slancio manca.

Un’altra traccia che mi hanno proposto è “Assistente sociale”. Di colpo, ai ragazzi si sono illuminati gli occhi: “La ascoltavo sempre quando ero nell’altra comunità”, ha detto uno; “Sì, è vero, gli assistenti sociali rompono solo i coglioni”, gli ha fatto eco un altro. Ecco un ulteriore testo che denuncia un distacco netto e profondo tra il mondo degli adulti e quello dei giovani.

A questo punto la domanda sorge spontanea: quando cominceremo, come educatori e adulti, a stare davvero con questi ragazzi invece di rimanere rinchiusi nelle nostre stanze d’ufficio?

Lo “stare” e l’esistere non si legano alla presenza programmatica di attività strutturate, ma alla condivisione dello stesso spazio: significa condividere, ascoltarsi, comprendersi e, se necessario, anche “prendersi a bastonate” con le parole.

Questo è il nucleo della cultura di strada, una dinamica che esiste da sempre. Forse è un approccio poco borghese, ma siamo cresciuti considerando il botta e risposta verbale come una forma di addestramento all’autodifesa. Le interazioni scherzose e provocatorie hanno un valore formativo immenso. Come ci ricorda l’antropologa Barbara Rogoff, l’uso dello scherzo e della provocazione può servire ad aiutare i giovani a comprendere quali siano le risposte emotive culturalmente appropriate di fronte alle situazioni problematiche. Tra gli adolescenti afroamericani, ad esempio, in molti contesti sociali chi non sa padroneggiare l’insulto rituale viene considerato un inetto, una persona senza stile che non merita considerazione. Anche tra gli indiani Athabaska, nel Canada settentrionale, i bambini vengono addestrati emotivamente fin da piccoli a gestire questo tipo di provocazioni verbali. Barbara Rogoff ci offre diversi suggerimenti su come le differenti culture apprezzino la dialettica per “giocare”, in tutte le accezioni possibili del termine.

La domanda che non ci facciamo mai?

Se leggiamo i “maranza” di Parma o le pistole di Baby Gang solo come problemi di ordine pubblico, stiamo commettendo lo stesso errore dei giudici medievali con il mos juvenum. Rispondere esclusivamente con il carcere o i manganelli significa dire a quei ragazzi che la loro “natura” criminale era già scritta. E questo non è solo sbagliato dal punto di vista pedagogico, è anche falso.

La devianza giovanile, come ci insegna Barone, non è un’anomalia. È una risposta. È il modo in cui certi ragazzi dicono: “Esisto, mi vedi, dammi una reazione”. Il problema è che noi continuiamo a rispondere con la sirena della polizia invece che con una presenza educativa. La vera sfida, per pedagogisti, insegnanti e cittadini, è tornare a essere adulti: smettere di aver paura dei giovani e ricominciare a offrire loro alternative identitarie reali, sbloccando quegli “anni stretti” in cui li abbiamo rinchiusi — senza nemmeno accorgercene.

Il quesito che mi pongo, allora, partendo dall’immaginario di Baby Gang per arrivare all’episodio dei professori, è uno solo: siamo ancora capaci di giocare con le parole senza arrivare necessariamente alle mani?

Molti miei colleghi criticano il mio modo di comunicare, definendolo strano o fuori dagli schemi. È vero, sono cresciuto in strada, ma è proprio la strada – attraverso la cultura Hip Hop – ad avermi trasmesso competenze relazionali e comunicative che, in questo lavoro, si rivelano autentico oro colato.

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