Gruppo WhatsApp in comunità educativa: progettare l’onlife

Icone stilizzate di messaggistica, fotocamera e nota musicale in senape su fondo turchese, i canali di comunicazione nell'educazione in comunità

Gruppo WhatsApp in comunità educativa: progettare l’onlife

Ho aperto un gruppo WhatsApp con i ragazzi della comunità

Quando ho portato in équipe l’idea di aprire un gruppo WhatsApp con i ragazzi ospiti, mi aspettavo l’obiezione che gira ogni volta che la tecnologia entra in una comunità educativa: che fosse una scorciatoia, un modo sbrigativo e un po’ di comodo per stare con loro. Vorrei raccontare le cose come le ho pensate, perché dietro a quel gruppo c’è stato un lavoro che vale la pena mettere nero su bianco.

Perché un gruppo WhatsApp in comunità educativa

Sono partito da qualcosa che vedo ogni giorno. I ragazzi che vivono in comunità stanno dentro e fuori dallo schermo senza più distinguere i due piani. Luciano Floridi, filosofo contemporaneo che vale la pena di leggere, ha coniato una parola per questa condizione, onlife: la vita che scorre insieme online e offline, senza confine netto. Il gruppo, in fondo, nasce sempre da un bisogno: trovare un luogo di incontro tra adulti e ragazzi che non fosse quello fisico. Se quello è il posto dove abitano, allora è anche uno dei posti dove posso incontrarli come professionisti ma anche come adulti e genitori. Non per rincorrerli sui social o per compiacerli, ma perché il loro mondo è lì, e prenderlo sul serio come luogo di esperienza fa parte del nostro mestiere di adulti; per non farci percepire lontani. Chi lavora con lo sguardo della fenomenologia lo sa: si parte dal fenomeno così come si dà, non da come vorremmo che fosse. E se lo si tratta con cura e intenzionalità, un gruppo WhatsApp può diventare uno spazio democratico, di partecipazione, dove ci si può dire cose che altrove non trovano parola.

Una proposta portata in équipe

Il gruppo, però, non è nato in un pomeriggio. È nato come proposta discussa con i colleghi, argomentata, motivata. Mi sembra il passaggio decisivo. Un’iniziativa educativa comincia a esistere quando la rendi esplicita e la porti davanti all’équipe, quando ti prendi la responsabilità di spiegare perché la stai facendo. E una scelta pensata si porta dietro anche le domande scomode, quelle che non si possono aggirare: chi entra e chi resta fuori, con quale consenso, che cosa è lecito condividere, che cosa succede quando un ragazzo lascia la comunità. Interrogarsi su questi confini fa parte del progetto, anzi lo tiene in piedi.

Dai promemoria ai sondaggi

Poi, con il tempo, gli usi sono cresciuti. All’inizio il gruppo serviva per le cose pratiche della casa: ricordare gli impegni, distribuire i lavoretti, tenere insieme la quotidianità. Piccole cose, ma che oliano la vita comune. A un certo punto ho iniziato a usare i sondaggi per decidere insieme a loro: i temi delle attività, le giornate, cosa fare e come, le date dell’équipe dei ragazzi. Qui è cambiato qualcosa. I ragazzi hanno smesso di ricevere e basta, e hanno cominciato a incidere. Diventano protagonisti della storia del gruppo, e nel formato più orizzontale della chat spesso trovano una libertà di parola che nel faccia a faccia si perdono. Empowerment, nel senso pieno: renderli capaci di contare qualcosa, di esser autonomi nel decidere ed essere capaci divenire individui competenti nel partecipare alla cosa pubblica.

C’è anche una parte che mi ha sorpreso. Il gruppo è diventato un posto dove ci si scambia linguaggi, e dove spesso diventa esplicito l’inenarrabile: quello che a voce non riuscirebbe a uscire passa da uno sticker, da una gif, da un link di Instagram. Loro condividono foto, costruiscono sticker, parlano il loro idioma, e io per una volta sono quello che impara. Sto dalla parte dell’allievo, imparo i loro codici, e questo mi avvicina a loro molteplici discorsi. Ogni tanto provo anche a smuovere le loro abitudini: mando un video di YouTube che spiega un fenomeno, un reel, qualcosa che rallenta il ritmo frenetico e ripiegato su se stesso del loro consumo di sempre.

Quando un reel diventa terreno comune

È un luogo comune pensare che i reel siano strumenti per lobotomizzare gli individui, e lo penso anch’io. Quanto tempo dedichiamo, noi adulti, a scrollare lo smartphone? Quei 5 minuti diventano ore passate senza aver vissuto niente di quello che abbiamo visto, o meglio, guardiamo ma non sentiamo. Quel reel, nel momento in cui lo condivido nel gruppo, smette di essere il contenuto solitario che ognuno scorre da solo in camera; diventa un video condiviso con altri. Siamo in comunità, siamo un gruppo: lo puoi guardare anche per conto tuo, ma sai che non sei solo, perché quella cosa è passata per le mani di tutti. Non perde interesse, ne acquista, proprio perché è visto insieme e con qualcuno con cui poi puoi discuterne. E allora capita che a tavola nasca un’agorà fatta di pensieri, opinioni e giudizi. È lì che il nostro lavoro diventa affascinante: quando si generano pensieri, di qualunque tipo essi siano. A volte, poi, ci ricordano quanto siamo boomer!

Ben vengano anche le parolacce, se esprimono un’emozione, se raccontano davvero quello che uno sta provando. Non è raro che sia così, soprattutto con ragazzi che un proprio modo di dirsi non l’hanno ancora costruito, perché nessuno li ha educati a generare risposte regolate sul contesto. La comunità è una casa, lo dice la L.149/2001, e in una casa desidero che possano esprimersi anche con linguaggi che offrono la possibilità di comprenderli. Poi sta a noi restargli vicino e accompagnarli oltre, verso una comunicazione più assertiva, verso quei momenti in cui quella parolaccia si trasforma in discorso.

Se guardo oltre i singoli usi, quello a cui punto è abbastanza semplice. Un gruppo in cui tutti possono dire la loro, votare, proporre e vedere che la propria voce produce qualcosa somiglia a una piccola palestra di democrazia. È l’esercizio quotidiano di ciò che vorrei diventassero: persone capaci di prendere parola e di sentirsi responsabili di un pezzo di mondo condiviso. Per questo non lo considero un dettaglio tecnico, ma un fatto educativo a tutti gli effetti.

Cosa non so ancora

È ancora presto per dare delle valutazioni ed è disonesto chiudere con un bilancio trionfale. È la prima volta che provo questa strada e non ho ancora dati solidi in mano, ma si potrebbe cominciare a individuare degli indicatori per poter osservare il fenomeno. Sto osservando, raccolgo qualche indizio e tengo aperta la domanda su quanto tutto questo produca davvero gli effetti che immaginavo. Del resto, chi progetta si impegna anche a valutare quello che ha messo in campo, e mette in conto di poter essere smentito.

Quello che mi premeva dire resta valido a prescindere da come andrà a finire. Un educatore che apre un gruppo WhatsApp sta leggendo il mondo dei ragazzi, si sta ponendo degli obiettivi, si sta dando delle finalità e si prepara a verificarle, confrontandosi con un collega o, ancor più, direttamente con il ragazzo.

ciò che posso sapere è che il gruppo prende forma piano piano, e lentamente i ragazzi escono dalla loro solitudine per poter interagire in una comunità che esiste sia dentro che fuori il virtuale.

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