Comunità per minori: cosa cambia con la Legge 37/2026
Perché lo Stato ha deciso, di contare le comunità per minori
Prova a fare un esperimento mentale. Immagina di chiedere a un Comune qualsiasi: quante comunità per minori ci sono nella tua provincia? Quanti ragazzi ospitano? Chi le gestisce? Fino a poco tempo fa, la risposta onesta era: non lo sappiamo con certezza, o almeno non in modo unico e comparabile su tutto il territorio nazionale. Ogni regione chiama queste strutture in modo diverso — comunità educativa, casa famiglia, istituto di assistenza, comunità di tipo familiare — e questa babele di nomi ha reso per anni difficile anche solo mappare il fenomeno.
Con la Legge 17 marzo 2026, n. 37, questo comincia a cambiare. La legge crea un registro nazionale che raccoglierà, provincia per provincia, dati su famiglie affidatarie, comunità e istituti che accolgono minori — comunque siano chiamati a livello locale — e istituisce un Osservatorio nazionale che dovrà analizzare questi dati, segnalare situazioni sospette e promuovere ispezioni.
Sembra una notizia tecnica, buona per gli addetti ai lavori. Non lo è. Riguarda tutti, perché riguarda come un Paese si prende cura dei suoi pargoli più fragili — quelli allontanati dalla famiglia, quelli arrivati soli dopo un viaggio migratorio, quelli che un giudice ha deciso di collocare altrove per proteggerli. E riguarda, soprattutto, i soldi.
Il punto tecnico che in pochi spiegano bene
Va detto con onestà, prima di ogni critica: senza il Terzo settore — cooperative sociali, associazioni, fondazioni — gran parte dell’accoglienza residenziale per minori in Italia non esisterebbe. Lo Stato, da solo, non ha mai avuto la capacità organizzativa e il personale per gestire direttamente migliaia di comunità sparse sul territorio. Il terzo settore ha colmato quel vuoto, spesso con grande dedizione professionale. Chi scrive questo articolo lavora ogni giorno in una comunità educativa e conosce bene la fatica, la competenza e la vocazione di tante persone che fanno questo lavoro con serietà.
Ma proprio perché il sistema funziona così — enti privati che gestiscono un servizio pubblico essenziale, pagati dal Comune o dalla Prefettura con una retta giornaliera per ogni minore ospitato — si è aperto uno spazio che qualcuno ha imparato a usare in modo diverso da come dovrebbe.
C’è una regola che tutti conoscono in modo approssimativo: un ente del terzo settore non può distribuire utili. Cioè, semplificando, i soci o gli amministratori non possono intascarsi dividendi come farebbero gli azionisti di un’impresa normale. È una garanzia importante, pensata per assicurare che le risorse restino dentro la missione sociale.
Il problema è che questa regola riguarda solo la distribuzione del guadagno, non la sua esistenza. Un ente può benissimo chiudere l’anno con un avanzo economico consistente. Può pagare stipendi alti a chi lo amministra. Può affidare servizi — pulizie, manutenzione, consulenze — a società collegate, magari di proprietà delle stesse persone. Nessuna di queste cose, presa singolarmente, è illegale. Ma messe insieme, possono trasformare una struttura nata per accogliere minori in un meccanismo che, di fatto, genera profitto per chi la controlla — semplicemente incassandolo per vie diverse dal dividendo diretto.
Ecco perché, senza un sistema che tenga traccia di quanti minori ci sono, in quali strutture, a quale costo e con quali standard verificati, diventa quasi impossibile distinguere chi lavora con serietà pedagogica da chi ha trasformato l’accoglienza in un business.
tre storie di molte storie
Negli ultimi anni la cronaca giudiziaria italiana ha raccontato più volte questa stessa dinamica — e una delle vicende più clamorose è avvenuta proprio a Parma.
Svoltare Onlus nasce nel luglio 2015, nel pieno dell’emergenza migranti, e in pochissimi anni diventa un punto di riferimento cittadino: ottiene dalla Prefettura la gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dal Comune di Parma la gestione di interventi per persone senza dimora, arrivando a gestire appalti per circa 16 milioni di euro complessivi. Nel 2018 riceve persino un attestato di civica benemerenza dal Comune. Il problema è che, per contrattare con la pubblica amministrazione e godere delle agevolazioni fiscali riservate alle Onlus, un ente deve essere iscritto al registro regionale delle organizzazioni di volontariato — e Svoltare non lo era mai stata. Nel 2018, durante un controllo fiscale, il suo legale rappresentante esibisce alla Guardia di Finanza una determina della Regione Emilia-Romagna che, dagli accertamenti successivi, risulta ideologicamente falsa: un documento costruito apposta per nascondere l’assenza del requisito. Le indagini che seguono, coordinate dalla Procura di Parma, portano a dicembre 2020 all’arresto del fondatore, Simone Strozzi, con accuse pesantissime — peculato, malversazione ai danni dello Stato, turbativa d’asta, falso — e a un sequestro preventivo di beni per quasi 1,4 milioni di euro, tra conti correnti, otto immobili e nove automezzi. Trasformata nel frattempo in cooperativa sociale nel tentativo di salvarsi, Svoltare non regge il peso dei debiti e delle indagini: nel giugno 2024 il Tribunale di Parma ne dichiara ufficialmente lo stato di insolvenza.
Vale la pena una precisazione storica, perché aiuta a capire quanto il quadro normativo sia già cambiato da allora: i fatti alla base dell’inchiesta Svoltare risalgono al periodo 2015-2018, cioè precedono la piena attuazione del Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017), che ha poi unificato in un solo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) la frammentazione dei vecchi registri regionali del volontariato su cui, in quel caso, si è costruito l’inganno. Non significa che il rischio sia oggi azzerato — lo dimostrano i casi più recenti — ma che il sistema dei controlli, sul fronte della qualificazione giuridica degli enti, è nel frattempo diventato più centralizzato e tracciabile di quanto non fosse ai tempi dei fatti di Parma.
A Genova, un’inchiesta della Procura ancora in corso ha coinvolto un ex assessore comunale e un imprenditore che gestiva, attraverso una società a lui riconducibile, un centro per MSNA in via Rolla. In poco più di un anno, l’accoglienza di 50 ragazzi in quella struttura ha fruttato quasi 1,7 milioni di euro. Secondo l’accusa, il Comune avrebbe continuato a pagare fatture anche dopo aver revocato il contratto per gravi inadempienze.
In Toscana, tra le province di Massa Carrara e Lucca, l’inchiesta sulla cooperativa Serinper ha portato alla luce qualcosa di più gravoso: nelle strutture dove venivano ospitati minorenni, i carabinieri hanno documentato cibo scadente, letti di fortuna, condizioni igieniche descritte come vergognose. Nello stesso periodo in cui accadeva tutto questo, il fatturato della cooperativa era passato da circa 200mila euro nel 2011 a oltre 2,7 milioni di euro sei anni dopo — una crescita che, secondo gli inquirenti, si reggeva anche su una rete di favori con funzionari pubblici che permettevano di ospitare più minori del consentito e di essere avvertiti in anticipo prima dei controlli.
Sono casi diversi, con esiti giudiziari non tutti ancora definitivi. Ma raccontano la stessa cosa: quando manca la tracciabilità, il vuoto non resta vuoto a lungo. Qualcuno lo occupa
Perché questa legge, con tutti i suoi limiti, è una cosa giusta
È qui che vorrei essere chiaro fino in fondo. Un Paese che non riesce nemmeno a contare le proprie comunità per minori non può cominciare a distinguere chi merita fiducia da chi no. Il registro nazionale e l’Osservatorio sono la base minima per rendere visibile ciò che oggi, cambiando nome da regione a regione, resta troppo spesso nell’ombra.
Detto questo, un limite resta, ed è bene dirlo con altrettanta franchezza: contare le strutture non basta a garantirne la qualità pedagogica. Sapere quanti minori sono ospitati in una comunità non dice nulla su quanto siano stabili gli educatori che li seguono, su quanto turnover subisce quel team, su che modello educativo viene davvero applicato ogni notte. Questa parte della storia — quella del lavoro quotidiano, del burnout di chi lavora nei turni, della qualità reale della relazione educativa — un registro non la racconta. Ci vorrà altro, oltre a questa legge, per arrivarci davvero.
E qui bisogna essere precisi su un punto che spesso si dà per scontato e non lo è: in Italia, aprire e gestire una comunità per minori non è mai stato un vuoto normativo assoluto. Ogni struttura, comunque venga chiamata, è già oggi soggetta a due passaggi obbligatori: l’autorizzazione al funzionamento, che il Comune dove ha sede la struttura rilascia solo dopo aver verificato requisiti minimi — dimensioni degli spazi, rapporto numerico tra educatori e minori nelle 24 ore, titoli di studio del personale, presenza di un progetto educativo per ciascun minore — e l’accreditamento, un livello ulteriore che serve a poter stipulare contratti con gli enti pubblici e che richiede il rispetto di standard qualitativi più stringenti, verificati da un’apposita commissione regionale. Sono, in teoria, i due filtri che dovrebbero già impedire a chi non ha le competenze o le intenzioni giuste di aprire e mantenere aperta una comunità.
Il problema è che questi sistemi di autorizzazione e accreditamento sono disciplinati da leggi regionali diverse una dall’altra, con requisiti che cambiano da territorio a territorio, controlli affidati a Comuni spesso privi di personale sufficiente per farli con la frequenza necessaria, e — soprattutto — nessun collegamento tra i dati che ogni Regione raccoglie per conto proprio. Una struttura a cui viene revocata l’autorizzazione in una provincia può, in teoria, riaprire sotto altro nome in un’altra regione senza che nessuno colleghi automaticamente i due fatti. È esattamente qui che il registro nazionale e l’Osservatorio dovrebbero intervenire: non sostituendo autorizzazione e accreditamento, che restano competenza regionale e comunale, ma facendoli finalmente dialogare tra loro su scala nazionale, e dando allo Stato centrale gli strumenti per accorgersi quando un ente gestore accumula segnalazioni, revoche o inadempienze in più territori — cosa che oggi, con sistemi regionali che non si parlano, resta quasi impossibile da vedere.
Ma tra un sistema che non vede nulla e un sistema che comincia a vedere qualcosa, la differenza non è piccola. È la differenza tra continuare a scoprire storie come quella di Genova o di Serinper solo grazie al lavoro faticoso delle procure, oppure cominciare, finalmente, a prevenirle.