Come spiegare la politica ai ragazzi: Destra e Sinistra in una Comunità a Parma
Una discussione informale nata da uno schema teorico — quello di Norberto Bobbio sull’asse uguaglianza/differenze — diventa il luogo in cui due ragazze in comunità educativa raccontano, senza saperlo, la propria condizione esistenziale.
Premessa metodologica
Quello che segue nasce da una trascrizione integrale di una conversazione avvenuta all’interno della comunità educativa in cui lavoro, tra me, il collega Alberto Guida — psicologo responsabile di tutti i servizi di Asp Parma— e due ragazze ospiti della struttura. Non è nato da un progetto pensato a tavolino: è nato, come spesso succede nel lavoro di comunità, da una richiesta improvvisa delle ragazze stesse, sedute sul divanoletto dell’ufficio e su due sedie mentre io ero al computer a leggere una articolo di Massimo Fini. A un certo punto ci hanno chiesto: “vogliamo parlare di politica”.
Di fronte a quella richiesta mi sono affidato d’istinto al testo che avevo studiato ai tempi dell’università, Destra e sinistra di Norberto Bobbio, e alla sua lettura dell’asse uguaglianza/differenze come chiave per distinguere le posizioni politiche. Ma invece di limitarmi a spiegarlo a voce, ho deciso di sfruttare in tempo reale le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale per costruire, seduta stante, uno strumento interattivo che traducesse lo schema di Bobbio in una forma dichiarabile e concreta, adattabile a diversi temi, pensata per essere comprensibile da ragazzi di quindici-sedici anni.
L’asse politico di Bobbio
Scorri l’asse o clicca su uno scenario per scoprire le posizioni
🟢 Mondo di Sinistra
Credo: Riduciamo le differenze, proteggiamo i più deboli
Idea: Tutti hanno diritto alle stesse opportunità, indipendentemente da ricchezza o famiglia
⚪ Mondo di Centro
Credo: Equilibrio tra i due mondi
Idea: Le differenze sono giuste se frutto del merito, ma non troppo estreme
🔴 Mondo di Destra
Credo: Rispettiamo le differenze naturali e meritocratiche
Idea: Chi è più capace, intelligente o laborioso merita di più
Mentre Alberto stimolava e alimentava la conversazione con le ragazze, io costruivo lo strumento in diretta: un'interfaccia che permetteva loro di posizionarsi su destra, centro o sinistra e di osservare — e problematizzare — alcuni temi di attualità applicati a quelle posizioni, esattamente come si sente accadere nella trascrizione che segue.
Quello che è successo dopo è quello che, nella cornice fenomenologica di Bertolini che orienta il mio lavoro, chiamerei un incontro autentico: lo strumento improvvisato è diventato pretesto per una narrazione di sé.
Le ragazze — indicate qui con le iniziali R1 e R2 per tutelarne l'identità — hanno usato lo strumento per dire chi sono, da dove vengono, cosa temono del proprio futuro.
Alberto ed io conduciamo la conversazione da due angolazioni complementari —. Questo articolo lo scrivo io, ma nasce da un lavoro condiviso con lui , ed è stato riletto insieme al collega prima della pubblicazione.
Questo è il motivo per cui vale la pena fermarsi su questa trascrizione: non come episodio aneddotico, ma come materiale che rivela — meglio di molte osservazioni pianificate — la texture reale dei vissuti di ragazzi e ragazze di seconda generazione in comunità.
Ho scelto di isolare cinque nuclei tematici che, a rileggerli, condensano gran parte del lavoro pedagogico quotidiano con questa popolazione, più una riflessione finale sulla condizione che ha reso possibile tutto il resto: il lavoro di gruppo tra me e Alberto.
1. Non mi sento italiana — La trasmissione del trauma e l'identità grigia
Il primo momento di illuminazione accade quando Alberto pone una domanda semplice: vi sentite italiane?
R1: No.
R2: Snì. (detto con incertezza, quasi una contrazione)
È una risposta che subito Alberto riconosce come strana, non perché inaspettata, ma perché contraddice il fatto concreto: entrambe sono nate in Italia, entrambe parlano italiano perfetto con l'inflessione parmigiana.
Alberto: Ah. È strana 'sta cosa su di voi. Cioè, persone nate in Italia che comunque non si sentono italiane...
R2: No, ci cresci in un contesto...
Alberto: E non ti senti italiana?
R2: No, in un contesto della tua proprio origine.
Non è una scelta consapevole di cui possono rendere conto in modo compiuto. È qualcosa che è stato trasmesso, sedimentato, respirato dentro la casa.
Il momento in cui questo emerge con chiarezza è quando io chiedo:
Io: Perché voi non vi sentite italiane? È la società che non vi fa sentire italiane?
R1: È quello che ci insegnano i genitori!
Io: Ah, i genitori vi insegnano questo!
R1: Ma scherzi? Se io vado a casa a dire "sono italiana", no no, mi mandano in Marocco! (risate)
Qui la cosa diventa rara. Non è risentimento verso l'Italia (non ancora, comunque). È fedeltà proteggente, quella che i genitori insegnano come strategia di sopravvivenza: "Non fidarti, tieni le radici salde, non diventare di qui perché qui non sei di nessuno".
Alberto coglie l'occasione per portare la riflessione più avanti — non per dire "no, avete torto", ma per porre ulteriori domande:
Alberto: Perché voi fate parte di un altro tipo di generazione. I vostri genitori probabilmente non sono nati in Italia, anzi non sono nati in Italia. Quindi ci sta che vi abbiano trasmesso il "siete marocchine". Però voi che siete nate qui su questo territorio, come vi comporterete da grandi coi vostri figli? Cosa gli direte?
R2: Anche perché alla fine...
Alberto: Ci avete pensato? Cioè secondo te...
R2: Ma ti pare che...
Alberto: Secondo te ai tuoi figli dirai "sei italiano e ti insegno lo stesso le tradizioni nostre tipiche" o ti dirò "tu non sei italiano"?
R2: No, no. Sei italiano, ma...
R1: Ma io per me non li faccio nascere in Italia!
Alberto: Ok. E ci sta, perché comunque siete figlie dei vostri genitori. Vi faccio un'altra domanda ancora più avanti nel futuro: i vostri figli, secondo voi, ai vostri nipoti cosa diranno?
R1: Si perderà questa cosa...
Alberto: Si perderà questa cosa dell'origine, quindi inizieranno a dirsi "siamo italiani"?
R1: No, cambierà il mondo, quelli faranno uguale a me.
Alberto: La terza, la quarta generazione come ve la immaginate?
R1: Uguale a me.
R2: Secondo me il mondo cambierà tanto, tanto, tanto.
R1: Io non so manco se ci sarà la quarta generazione su 'sto mondo! (risate)
L'identità grigia
È R2 che poi arriva alla sintesi più perfetta. Quando le chiedo di spiegare meglio la sua posizione, lei dice:
R2: Ma perché sinceramente no... Cioè non dico che sono... cioè perché comunque ho dei genitori stranieri con delle origini e secondo me non devo sottovalutare queste origini solo perché sono nata in un paese diverso da quello da cui provengono i miei genitori.
Alberto: Ah, questa è un'ottima risposta effettivamente.
Ma poi io insisto su quello che vedo: le ragazze parlano italiano perfetto, con l'accento di Parma. Eppure dicono di non sentirsi italiane. Come è possibile?
Io: Sai cosa? A me fa un po' strano sai perché? Perché te parli italiano perfettamente, anche con l'inflessione parmigiana, capito? Quindi mi fa strano dirti... sentirvi dire "No, io non sono italiana" quando ti sento parlare con l'accento tipico del nord!
Alberto: Beh, ma è come se a te ti chiedessi "tu ti senti... ti senti del nord?"
R2: Eh, è come me! Io sono nata a Parma, i genitori sono cresciuti...
Alberto: Capito? Sì. Tu non ti senti del nord. Sei ospite del nord.
Io: Però no, ma perché voi non vi sentite italiane? È la società che non vi fa sentire italiane?
E qui Alberto riporta l'esempio di un bambino di Bisceglie, nato a Parma, che quando gli chiedi "ti senti terrone o no?", ti dice "mi sento parmigiano". Loro invece dicono il contrario.
Io: Se io vado a Bisceglie... Che ha i figli che son nati qua... E gli chiedi "ti senti terrone o no?", ti dicono "mi sento parmigiano". E perché? Perché son nati a Parma. Loro... invece vi dicono "No, io non mi sento italiana". È il contrario loro!
Alberto: E perché? Perché accade? Perché accade?
R1: C'è una cosa che tu ti senti, se sei nata qui...
Io: E perché? Perché accade?
R1: È quello che ci insegnano i genitori!
R2 e R1 descrivono poi quella che diventa la "terra di mezzo", l'identità grigia. R1 lo dice con una battuta che racchiude tutto:
R1: In Marocco eravamo gli italiani, in Italia eravamo i marocchini.
Io: E come vi sentite quando siete nella terra di mezzo? In questa terra di... di identità grigia?
R1: A livello di personalità? Io in Marocco sarei quella ricca! Perché loro vedono l'Europa tipo un paese straricco, in Italia se sanno che sei italiano vedono tipo "oh le ville, il mare, i soldi, un botto di soldi!", ma io sono più povera di loro comunque! (risate)
Alberto: Invece vedono soltanto le vigne e le paludi! (risate)
Cosa insegna tutto questo? Che la formazione politica di questi ragazzi non inizia da ideologie astratte. Inizia da una non-appartenenza concreta, da una doppia esclusione che i genitori trasformano in protezione: "Non sei di qui, rimani con noi". I ragazzi di seconda generazione non stanno scegliendo una posizione politica quando dicono "non mi sento italiana". Stanno dicendo: "Non mi sentirei al sicuro se dicessi che lo sono".
2. Il merito che non basta — La contraddizione di chi crede al merito ma sa che il sistema mente
A un certo punto della conversazione, io do a R2 (che dice di sentirsi più "centro-destra") una sorta di test: che cosa dicono i "veri" valori della destra?
Io: Che cos'è la destra? Guarda... guarda su che cosa punta la destra.
R1: Allora...
Io: Su quali valori punta la destra?
R1: Rispettiamo la differenza naturale, meritocratiche, chi è più capace, intelligente o lavoratore merita di più.
Io: Ti riconosci in queste cose, M.? (usando il nome vero di R1)
R1: In che senso?
Io: Ti riconosci in queste cose? Che tu possa essere una persona meritevole... vorresti avere di più?
R1: Io, certamente! Ma va che quelli di destra ci vogliono mandare tutti via! Non vedi quello che ha fatto...
Io: Ma questa è la destra!
R1: Eh, questa è la destra!
La contraddizione è cristallina: R1 crede al merito, vuole riconoscimento per il suo sforzo, ma sa che quando la destra parla di merito e responsabilità personale, sta anche dicendo che gli immigrati (lei inclusa) devono "riemigrate", e questo non è merito: è una politica di esclusione basata su dove sei nato.
Quando chiedo a R2 di spiegare la sua posizione "centro-destra":
Io: Non decide. No, lei però è di centro-destra, quindi prova a unire un mondo di centro e un mondo di destra.
R1: Va beh, non è di estrema destra...
Alberto: Ok.
Io: Che cos'è la destra?
E poco dopo, arrivano a descrivere le tre posizioni politiche sugli stipendi:
R1: Allora, sinistra: nessuno dovrebbe guadagnare 100 volte più di un altro, tasse più alte ai ricchi. Destra: se lavori di più o sei più bravo meriti uno stipendio più alto. Poi, accesso all'università...
Ma è quando chiedo: "Cosa pensate voi?", che le contraddizioni diventano visibili.
Io: No, aspetta. Cosa pensi...? Cosa pensate? Visto che tu sei di sinistra e lei è di destra?
R2: Nessuno dei due ha senso, cioè ognuno... cioè tutti noi dobbiamo avere uno stesso stipendio...
R1: No!
R2: ...e cioè anche se lavori di più, nel senso nessuno ti obbliga a lavorare di più. Ma alcune volte sono la scelta del... sempre dell'immigrazione. Se tu vieni dal Marocco, ad esempio, senza università, senza... ma col diploma ti fanno portare a fare il muratore e il muratore si fa più il culo delle persone che vanno in ufficio. Quindi il muratore dovrebbe guadagnare di più di uno che fa l'ufficio.
Io: Chi t'ha detto che il muratore non guadagna di più di uno che sta in ufficio?
R1: Ma guadagna sì, ma a differenza di una persona che è in un ufficio, uno si spacca di più!
R2: In fabbrica... In fabbrica io ho amici senza diploma, senza senza nulla e guadagnano più di me!
R1: Ah ok.
R1: Va beh, quei muratori che conosco io sono veramente poveri, eh!
La pedagogia del "pezzo di carta"
È qui che Alberto entra con una spiegazione che non è una lezione, ma piuttosto una descrizione della realtà. E lo fa in modo che le ragazze possano toccarla con mano:
Alberto: Tu hai l'idea che... Tu hai l'idea che... Chi sta negli uffici comunque fa dei lavori che non sono manuali percepisce uno stipendio che secondo te forse in alcuni casi è vero, è molto più alto di chi si fa il culo, per un semplice motivo: il fatto che voi andate a scuola, che magari farete l'università, il fatto che noi siamo andati a scuola è un servizio che fai alla società, per quanto strano possa sembrare. Il fatto che io vado a scuola e imparo a leggere e a scrivere, imparo la chimica, la fisica, il fatto che io sono andato a laurearmi in psicologia è un servizio che ho fatto alla società perché alla società ho permesso di avere uno psicologo in più. Lui ha permesso di avere un educatore in più. Quindi anche l'istruzione è valorizzata per questo motivo, perché c'è una persona che studia a spese sue, non pagato, che poi dà un servizio alla cittadinanza.
E poi lo atterrizza sul loro mondo:
Alberto: Tu domani diventi una parrucchiera, per dire, un'estetista: ti formi, studi per fare quella roba lì, e ti deve essere riconosciuto il fatto che tu hai dato un servizio a tutti. Se tu non avessi perso tempo o impiegato tempo a studiare e a prepararti, nessuno avrebbe un'estetista in più. Quindi a volte lo stipendio viene anche riconosciuto una forma più alta di pagamento per chi studia molto di più.
R2: Ma al momento non è così.
Alberto: Bisogna ammetterlo, è così.
R2: Cioè non è così al momento però.
E poi arriva il dato che spezza tutto: quando parlo del medico che prende 1890 euro da specializzando mentre il calciatore guadagna milioni.
Io: Prende meno un medico rispetto a un... Beh, un medico un medico specializzando prende 1890 euro...
R1: Rispetto a un parrucchiere...
Io: Rispetto... anche l'avvocato, il giornalista...
R1: Un medico e un calciatore...
R1: Va beh, però il medico salva le vite, umano!
Io: Eh.
Alberto: Anche noi! Anche noi!
R1: Ma se tu ti trovi tra la morte e la vita...
Alberto: Se fai un taglio di merda a una persona...
R1: Ma non muore!
Alberto: Magari la mandi dallo psicologo! L'hai rovinata! (risate) Quindi anche per te la cura della bellezza, dell'estetica dell'altro è una cosa importante.
Cosa accade in questi scambi? Le ragazze stanno sperimentando dal vivo la tensione tra quello che la società dice (il merito ti farà avanzare), quello che la società fa (paga i calciatori dieci volte più dei medici), e la loro esperienza diretta (a parità di lavoro e sacrificio, io ricevo meno perché sono donna, perché sono immigrata, perché non ho famiglia che mi sostiene).
Il merito esiste, sì. Ma non spiega tutto. E le ragazze lo sanno, con una chiarezza che nessun manuale di economia potrebbe insegnare loro.
3. Chi paga l'istruzione? Quando la legge dice "gratis" ma la vita dice "impossibile"
A un certo punto, arrivati a parlare dell'accesso all'università, le ragazze si fermano. R2 inizia a esplorare il tema in modo teorico:
Io: Proviamo a guardare negli stipendi in famiglia che cosa dice un uomo di destra, un uomo di sinistra e un uomo di centro. L'accesso all'università che è la cosa più importante, perché voi siete povere, molto probabilmente all'università potreste avere un'agevolazione. Prova a guardare bene.
R1: Allora, destra: paghi per la tua formazione, se non puoi permettertela vai a lavorare. Centro: università a pagamento ma con molte borse di studio per merito e necessità. Sinistra: università gratis per tutti, borse di studio per chi non ha soldi.
Io: Ok, quindi Divine, che eri di centro, cosa dici?
R2: Per me è giusto centro. Perché allora, sinistra innanzitutto comunque all'università c'è chi ha lavorato e ha studiato per insegnare a una persona che non sapeva tanto, quindi non ha senso università gratis. E destra invece... secondo me non ha... cioè non ha senso che... come si dice... cioè che se non puoi permettertelo devi andare a lavorare, perché comunque alla fine tutti ci meritiamo di sapere un po' di robe, di... cioè tipo di sapere un po' come si sta al mondo, quindi non ha senso che se tu non te lo puoi permettere devi andare a lavorare. Secondo me ha ragione il centro.
Ma poi arriva il momento che cambia tutto. Quando R1 racconta la sua esperienza reale, la teoria evapora:
R1: Ha ragione la sinistra! È letteralmente... ha ragione la sinistra! Ad esempio tutti 'sti ragazzi non vedi che non faranno mai l'università? Perché a 18 anni tu sei fuori dalla comunità e l'università sarebbe 5 anni. Che io due anni fa volevo fare l'università, eh! Però ho fatto un calcolo: io a 18 anni sono fuori dalla comunità, sono 5 anni di università, chi me li paga? Chi c'ha la disponibilità economica?
Alberto: L'università è gratuita...
R1: Ma lo stesso, ma chi mi mantiene? Cosa devo lavorare e studiare 'ste cose? È ovvio che... Io psicologicamente non ce la faccio! Io non ce la faccio mentalmente, quindi ho lasciato l'università, però dovrebbe essere gratis perché alcuni...
Io: Gratis, ma puoi anche richiedere il buono casa...
R1: E perché dice "centro... a pagamento"? Cioè ha ragione la sinistra, no?
Qui non sto ascoltando una persona che discute di politica astratta. Sto ascoltando una persona che mi sta dicendo: "La legge teoricamente mi apre le porte, ma la mia vita è talmente precaria che rimango fuori anche da quella".
E allora io provo a darle informazioni più precise, perché qui la riforma della legge potrebbe davvero cambiarle la vita:
Io: Ok, allora: in Italia l'università è gratuita quando hai un ISEE, quindi un indice economico equivalente, zero (come voi in comunità) o basso, più o meno fino a 25.000 euro.
R1: Quindi io ce l'ho mai di 25.000 euro?
Io: No! No, quella è la tua situazione reddituale. Tu non ci arriverai mai a un ISEE di 25.000 euro ora come ora come sei...
È una frase che dovrebbe fare male a chi governa. Perché dice: "La legge teoricamente ti accoglie, ma la tua situazione di vita è talmente precaria che rimani fuori anche da quello".
L'ISEE di R1 è zero nominalmente. Ma zero, in comunità, non significa "riceverai tutte le protezioni". Significa: "Sei in uno spazio dove sei ancora meno protetto di chi ha una famiglia povera".
4. Il valore invisibile dei lavori — Perché il muratore non guadagna quanto il calciatore, perché l'educatore è povero
Arrivati a questo punto della conversazione, le ragazze e io entriamo in una discussione che diventa quasi un ragionamento collettivo. Il fatto che il medico prenda meno del calciatore non è un'ingiustizia semplice. È una finestra sulla gerarchia dei valori della società.
Alberto: Lì sai cos'è anche? Un calciatore, a differenza di un medico, per quanto strano possa sembrare, fa muovere un sacco di soldi. Nel senso: il fatto che Cristiano Ronaldo sia Cristiano Ronaldo permette di... alla sua squadra di fare incassi per lo stadio per chi paga il biglietto, ci sono quelli che vendono le magliette di Cristiano Ronaldo e ci guadagnano grazie a lui, ci sono quelli che... i parrucchieri "facciamo il taglio alla Cristiano Ronaldo" perché lui c'ha la clinica del capello, quindi non è soltanto il calciatore, è tutta la gente che mangia dietro di lui!
Io: Certo. Da un calciatore nasce un mondo...
Alberto: Sì, quindi lui percepisce tanti soldi perché grazie a lui non solo guadagna la sua azienda, il Real Madrid prima, ma un sacco di persone, dai venditori ambulanti che vendono le magliette a chi fa i film, i documentari. Faccio un documentario sulla vita di Cristiano Ronaldo, Netflix guadagna un botto di soldi ed è tutto Cristiano Ronaldo.
R2: Ma io non ho detto che non deve... cioè sì, puoi guadagnare tanto perché alla fine...
Alberto: È ingiusto, lo penso anch'io! (risate)
R2: Sì, però un dottore comunque ti aiuta quando stai male, fa nascere il tuo bambino, cioè comunque ti aiuta su certi aspetti che servono per la vita!
E poi arriva il passaggio che racconta tutto su come funziona veramente la nostra società:
Io: Ok, e sapete perché accade questo? Perché nella nostra società diamo più valore allo spettacolo, all'estetica, diamo più valore all'intrattenimento e lo vediamo col fatto che stiamo tutti sui social, piuttosto che a pensare "cazzo, è nata una vita!". Quindi siamo noi che diamo valore anche alle professioni. Quindi se l'educatore guadagna poco, è giusto! Perché è una società che pensa a punire, una società che pensa a dare più soldi ai calciatori, è giusto che un educatore che deve lavorare nella prevenzione, che deve lavorare per allontanare dal disagio alcune persone prenda poco, perché non è nell'obiettivo dello Stato! Quindi l'educatore deve essere povero, non può andare in giro in Porsche! Mentre il calciatore, che deve essere visto da tutti, deve andare in giro in Porsche perché permette ai ragazzini di spendere soldi dietro a questo calciatore. "Mi faccio il taglio alla Ronaldo!". Quindi il mito non diventa "voglio diventare come quel medico lì", perché noi non lo rendiamo rappresentativo nella nostra società.
E poi do un esempio che accade a loro:
Io: Per esempio, il Dottor House: io guardavo un sacco il Dottor House e dicevo "cazzo, voglio diventare come il Dottor House!". Poi scopri che sei... sei pignolo, fai l'arrogante, i colleghi ti tagliano fuori! Però il Dottor House invece è apprezzatissimo! Non è vero. Però il Dottor House... il Dottor House, poi c'era l'altra come si chiamava l'altra serie tv?
Alberto: Grey's Anatomy!
Io: Grey's Anatomy! Cioè, quindi ci sono anche le serie che spettacolarizzano la medicina e che ti dicono "cazzo, voglio andare a fare questo!". Ci sono le serie tv che ti dicono "voglio andare a fare l'avvocato", ci sono le serie tv che ti dicono "voglio andare in ufficio a fare... a fare i soldi, cazzo!".
Quello che sto cercando di dire alle ragazze è: la politica non è astratta. Quando decidiamo di pagare i calciatori più dei medici, stiamo facendo una scelta. Quando decidiamo che l'educatore deve essere povero, stiamo facendo una scelta. Quando decidiamo che la cura della bellezza (il parrucchiere, l'estetista) vale meno della cura della salute, stiamo facendo una scelta.
E R1 lo capisce. Capisce che il suo lavoro futuro non sarà valutato per il bene che farà, ma per il fatto che non è uno spettacolo.
5. Conclusioni aperte
Non voglio concludere questo articolo come se avessi dato risposte. Non le ho date. Quello che ho fatto, insieme ad Alberto, è stato qualcosa di più raro: siamo rimasti nella domanda, insieme alle ragazze.
Quando Alberto chiede "perché voi non vi sentite italiane?" tenta di creare lo spazio dove le ragazze possono dire "perché i nostri genitori ci insegnano che non lo siamo" e poi, man mano, scavare insieme nel perché i genitori insegnano questo, cosa significa, come le ragazze immagineranno il futuro dei loro figli.
Quando io chiedo "perché il muratore guadagna meno?" non sto cercando di convincerle che il sistema è ingiusto (loro lo sanno già). Sto cercando di portare la loro esperienza confusa ("il muratore si spacca il culo ma guadagna poco") a una consapevolezza: questa non è una legge della natura, è una scelta della società.
La pedagogia che funziona con questi ragazzi è semplice generativa: ricreiamo insieme il fatto, guardiamo i pezzi, notiamo dove c'è contraddizione, non scappiamo dalla contraddizione ma la abitiamo.
Quando R2 dice "secondo me dovremmo essere tutti allo stesso equilibrio con le stesse cose, nessuno che ha di più e nessuno che ha di meno" e poi scopre che gli amici in fabbrica guadagnano 2000 euro mentre lei, con la scuola, guadagna meno, questo non è un "oops, ti sbagliavi". È il momento in cui R2 sta apprendendo dal vivo che la realtà è più complicata della teoria, e non perché la teoria è sbagliata, ma perché ci sono variabili che nessuna posizione politica pura riesce a contenere.
Questo è il lavoro. Non fare diventare questi ragazzi di sinistra o di destra. È creare lo spazio dove loro possono dire:
- "Non mi sento accolta e mi fa paura il futuro"
- "Credo al merito ma so che il sistema non è equo"
- "La legge dice che l'università è per me, ma in pratica io non posso pagarmi la vita mentre la faccio"
- "Il mio lavoro futuro sarà invisibile economicamente, anche se utile"
E non sentirsi rispondere con una lezione di civica o un "no, stai sbagliando". Sentirsi rispondere con: "Hai ragione. E adesso, guardiamo insieme cosa puoi fare dentro questa realtà".
Questo è insegnare politica ai ragazzi.
Nota finale
Questo articolo è scritto da me, ma non potrebbe esistere senza Alberto. Insieme abbiamo costruito il contenitore nel quale ci siamo immersi in questa ora di riflessioni di una vita concreta vissuta ancor prima di mettersi in gioco
Quando Alberto chiede alle ragazze di descrivere cosa dicono sinistra, destra e centro, non sta testando loro. Sta costruendo un glossario comune. Quando io sottolineo che l'ISEE di una ragazza in comunità è zero ma non significa protezione, sto facendo una cosa diversa: sto dicendo "il sistema vi parla in una lingua che fa finta di includervi, ma non vi include".
Se questo articolo funziona, è perché le ragazze hanno parlato e noi abbiamo ascoltato. Abbiamo ascoltato per sapere chi sono, da dove vengono, cosa temono.
Quello è il primo passo di qualsiasi formazione politica, forse l'unica strategia per poter far appassionare alla politica coloro che ne sono esclusi dal principio