Il potere dell’amore narrato: un Life Book per educare all’affettività

Ragazzi di comunità, Alessandro Lupo

Il potere dell’amore narrato: un Life Book per educare all’affettività

Ho portato con me un mio Life Book. Un oggetto semplice ma carico di significato: un album di fotografie, lettere, biglietti, dediche, frammenti del primo amore a me vissuto tra i 20 e i 23 anni. Tre anni intensi, di quelli che ti restano perché fatto di scelte che hanno determinato il percorso successivo della mia vita. Una relazione autentica, scandita da immagini e parole, che abbiamo raccolto passo dopo passo. Ogni foto, ogni frase, ogni simbolo è un tassello di un vissuto che ci ha formati. E oggi quel vissuto ho voluto che diventasse uno strumento pedagogico.

Quando ho aperto il libro davanti ai ragazzi, ho visto nei loro occhi qualcosa accendersi. Non era solo curiosità. Era fame. Fame di storie vere, di esperienze concrete, di adulti che non parlano di affettività e sessualità in modo teorico o didascalico, ma che mostrano il cuore, le mani, le cicatrici.

La narrazione è questo: è incarnare il vissuto, renderlo racconto, offrirlo all’altro. Come ci ricorda l’antropologo Byron Good (1994), “La narrazione è una forma in cui l’esperienza viene rappresentata e raccontata, in cui le attività e gli eventi sono presenti in un ordine di significato e coerente, dove le attività e gli eventi sono descritti insieme alle esperienze che li accompagnano e all’importanza che dà alle persone coinvolte il senso di queste esperienze”. E i ragazzi? Ascoltavano.

Quando sai maneggiare entrambi gli strumenti, non c’è tanta differenza tra un libro o uno smartphone. Entrambi sono dei media ed entrambi offrono l’opportunità di interagire con diverse sfere dell’esistenza. Comincio dalla copertina. Lascio loro esplorare questo frontespizio nero con le iniziali cucite a mano artigianalmente. Come potete notare ci sono due cuori e le iniziali si intrecciano. Spiego loro quanto sia importante il tempo dedicato per poter costruire una copertina del genere. Questo è un punto sostanziale. I ragazzi hanno toccato la copertina, hanno goduto di quelle forme cucite a mano, le hanno rispettate.. Sfogliavano le pagine con cura, quasi come se avessero compreso sin da subito che quello era un pezzo di un puzzle necessario per identificarmi e per collocarmi nell’esistenza. Guardavano le fotografie. Leggevano le lettere che ci dedicavamo a vicenda, i biglietti del cinema, del teatro, le varie vicissitudini che ci hanno accompagnato. Stavo offrendo loro un viaggio inaspettato che li avrebbe condotti ad un alternativo approccio all’affettività. In quel momento, osservando la loro curiosità rispetto al tema, stavo comprendendo che una l’educazione all’affettività non può essere scollegata dall’emozione. Serve carne. Serve cuore. Serve un adulto che si metta in gioco perché è necessario dialogare dei vari elementi che compongono una relazione affettiva.

Educare all’amore per combattere l’analfabetismo affettivo

Viviamo in un tempo in cui il rischio più grande per i nostri adolescenti è l’analfabetismo affettivo. Ci avverte anche la filosofa Rosi Braidotti: abbiamo un disperato bisogno di parole per nominare l’amore, il desiderio, la cura. E le parole non bastano se non sono vissute, incarnate.

Il dossier Save the Children – IPSOS pubblicato nel febbraio 2025 (“L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?”) fotografa una situazione allarmante: l’educazione sessuale nelle scuole è pressoché assente. Solo il 68% degli adolescenti dichiara di averne parlato in famiglia. Ma la qualità di queste conversazioni? L’approfondimento? Il rispetto? Tutto ancora troppo vago e frammentario. E a livello istituzionale? Poche iniziative e tutte legate nel farcire la sessualità e l’affettività in termini biologici e in termini di prevenzione. Sebbene le Linee guida del Ministero dell’Istruzione del 2015 abbiano proposto l’inserimento dell’educazione all’affettività e alla sessualità nei curricoli scolastici, l’applicazione è rimasta sporadica e su base volontaria. L’educazione affettiva non è ancora materia strutturata, né oggetto di formazione obbligatoria per i docenti. Questo vuoto formativo rischia di lasciare i ragazzi soli, esposti a modelli digitali e mediatici distorti e iper-sessualizzati.

Secondo il report Eurydice 2023, l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non prevedere ancora un piano nazionale organico e obbligatorio di educazione sessuale nelle scuole. Questo evidenzia quanto siamo indietro rispetto ad altri contesti europei dove, già dai primi anni della secondaria, si introducono percorsi di educazione affettiva, basati sul rispetto reciproco, la parità di genere e la consapevolezza emotiva.

Nel nostro piccolo sistema delle comunità per minori, capita spesso e volentieri di affrontare queste tematiche che appaiono necessarie per i ragazzi per rispondere ai loro bisogni evolutivi. Parlando con una nostra ospite di 13 anni, in piena pre-adolescenza, introduco il discorso chiedendo informazioni in merito all’inclusione dei ragazzi LGBTQIA+ nella classe o nella scuola. La risposta mi agghiaccia: “tra noi compagni parliamo di quello che ci piace fare, del nostro orientamento ma con le professoresse non parliamo. Ci sentiamo a disagio e abbiamo paura che potremmo diventare loro antipatici. Se si affronta il tema in classe, la professoressa di Italiano ci raccomanda di essere attenti nel reperire informazioni che riguardano il sesso e il genere.” Chiedo se è presente una professoressa con la quale ogni tanto si confrontano con queste tematiche e, paradossalmente mi risponde: “Religione perché ascolta senza giudicare“.

Verso un’aperta conclusione

La legge 149/2001, art. 2, ci ricorda che i minorenni in affidamento hanno diritto non solo a istruzione ed educazione, ma anche alle relazioni affettive necessarie. Questo principio è al centro del nostro lavoro educativo per ovvi motivi che racconterò, ma, credo fortemente che si potrebbe estendere in tutti gli ambiti e i contesti di vita del bambino.

Non è teoria. È vita. E la vita, a volte, passa da un album di fotografie, da una dedica scritta con la penna blu, da un ricordo condiviso con pudore e tenerezza. Ho raccontato ai miei ragazzi una storia d’amore. La mia. L’ho fatto perché credo che educare significhi soprattutto essere un adulto di riferimento pronto per esserci, metterci la faccia, rivelarsi per permettere all’altro di conoscere e riconoscersi.

La risposta che ho ricevuto non è misurabile con schede o test. Ma l’ho vista nei loro occhi, nelle loro domande, nei loro silenzi carichi di senso. Credo che abbiano imparato qualcosa sull’amore. Non perché gliel’ho spiegato, ma perché l’hanno sentito. Forse, un giorno, anche loro costruiranno un Life Book carico delle loro esperienze e della loro vita vissuta.

PS: La relazione è durata tre anni e, ovviamente, il life book si è interrotto. le pagine vuote riempivano il vuoto e combinavano, attraverso il vuoto, la fine e, l’inevitabile inizio di un’altra storia di amore. Quando stavo restituendo l’esperienza e il congedo, ovvero il momento finale della relazione amorosa, ecco che un ragazzino esclama “Ale c’è un’altra pagina!”. Io, basito dall’esclamazione accorro a vedere: era un’ultima pagina. L’intenzionalità educativa che vi ho raccontato era già segnata nel tempo trascorso assieme è riconfermata dall’esperienza offerta insieme a questi ragazzi.

Autore

  • Sono Alessandro Lupo, pedagogista. Lavoro a Parma nelle comunità educative per minori e qui raccolgo strumenti e riflessioni nati dal campo.

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Lupo Alessandro Educatore e Pedagogista
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