Chi si siede vicino a chi a cena? Il sociogramma spiegato a chi vive (di) comunità

Sociogramma di Moreno: nodi e relazioni attorno a un tavolo, illustrazione minimalista senape e turchese

Chi si siede vicino a chi a cena? Il sociogramma spiegato a chi vive (di) comunità

Oggi vi voglio parlare di Jacob Levi Moreno.

Sarò onesto: non lo conoscevo fino a qualche mese fa. Eppure lo usiamo tutti i giorni, perché è l’ideatore del role playing e di altre tecniche di intervento sui gruppi.

Navigavo alla ricerca di strumenti che potessero far collaborare e interagire adulti e ragazzi in modo più autentico, e mi sono imbattuto in un articolo che spiegava la sociometria di Moreno.

Jacob Levi Moreno e il sociogramma

Moreno è stato uno psichiatra di origine rumene, visionario, con una grande passione: osservare i gruppi.

La parola sociometria, in realtà, non l’ha coniata lui. Il termine nasce dal latino socius (compagno) e metrum (misura), e il suo primo uso risale al sociologo Adolphe Coste, nel 1899. È Moreno però a darne la prima vera definizione nel 1916, e a formalizzare il metodo in modo completo solo nel 1951, dopo decenni di lavoro sul campo.

Moreno stesso descrive così la sociometria:

un’indagine sull’evoluzione e l’organizzazione dei gruppi e la posizione degli individui al loro interno.

Una scienza, dice lui, ma con un fine ultimo che va oltre la scienza: rendere l’individuo più spontaneo, e i gruppi più vitali e trasparenti.

L’idea di base è questa. Ogni gruppo ha due strutture.

La prima è la struttura formale, visibile. Rappresenta le relazioni ufficiali del gruppo, i ruoli assegnati. In comunità educativa — ma vale anche in una famiglia — è la divisione tra gli adulti di riferimento e i ragazzi.

La seconda è la struttura informale. È la rete sommersa delle preferenze: un educatore rispetto a un ospite, due compagne di stanza. È connotata da emotività. Le persone si attraggono o si respingono, e questa rete sta sotto la superficie.

Moreno la chiama, con parole sue, la struttura nascosta che dà a ogni gruppo la sua forma: le alleanze, i sottogruppi, le credenze nascoste, gli impegni dimenticati. Una definizione che, letta oggi da chi lavora in comunità, sembra scritta apposta per noi.

Ecco perché, in una comunità educativa, il posto a capotavola è quasi sempre riservato a una sola persona. E quella persona viene seduta lì in modo implicito, senza che nessuno lo decida a tavolino.

Un caso curioso, che mi ha fatto riflettere per diverso tempo: l’ospite più piccola che avevamo occupava il posto di capotavola. Nessuno si opponeva a quel posto. Quando è stata dimessa, il posto è passato alla più grande del gruppo.

Nessuno aveva scritto questa regola da nessuna parte. Eppure tutti la rispettavano.

Il sociogramma è una mappa di questa seconda struttura. Serve a riflettere su ciò che non è tangibile ma è sostanza. Fotografa le relazioni — sempre e comunque dal nostro punto di vista, quindi è uno strumento soggettivo.

L’atomo sociale e la telè: due parole che vale la pena conoscere

Moreno non si è fermato al sociogramma. Ha costruito intorno alla sociometria una teoria più ampia, quella dell’atomo sociale: la struttura più piccola della socialità, il nucleo di ogni rapporto. I vari rapporti, messi insieme, formano la rete sociometrica — la mappa più grande in cui ognuno di noi è immerso.

C’è poi un concetto che trovo particolarmente utile per chi lavora in comunità: la telè. È il processo empatico che si crea tra due persone, fatto di attrazione o repulsione, che genera le correnti affettive dentro un gruppo. La telè spiega perché certe coppie di ragazzi “funzionano” senza che nessuno le abbia mai messe insieme apposta, e perché altre, anche con le migliori intenzioni educative, non decollano mai.

Moreno la mette in una frase che sembra scritta per le nostre équipe: esiste una profonda discrepanza tra il comportamento ufficiale e quello segreto dei membri di un gruppo. È esattamente questa discrepanza che il sociogramma prova a rendere visibile.

Come si costruisce il sociogramma, secondo Moreno

Nella versione classica, il sociogramma nasce da un test sociometrico: un questionario che chiede ai membri del gruppo di indicare, in ordine di preferenza, con chi vorrebbero svolgere un’attività, con chi non vorrebbero lavorare affatto, e — questa è la parte più interessante — chi pensano di aver scelto loro stessi a essere scelti o rifiutati.

Domande tipo: con chi nel gruppo vorresti lavorare? A chi chiederesti consiglio? Chi, secondo te, ti soddisfa come leader?

Dalle risposte emergono posizioni precise: isolati, ignorati, membri di status medio, popolari, leader. Sono le stesse figure che, in comunità, riconosciamo a colpo d’occhio anche senza questionario — solo che raramente le chiamiamo con un nome.

n comunità però il questionario diventa quasi superfluo. L’educatore che vive la quotidianità osserva, e vivendo riesce a cogliere infinite sfumature che un test difficilmente cattura. Il sociogramma diventa quindi uno strumento che costruisci tu, sulla base di quello che osservi ogni giorno. Solo che puoi finalmente nominare quello che, restando solo nella tua mente, rischia di sfuggire.

Passiamo alla vita vera.

Hai un ragazzo che ogni sera fa scenate per il posto a tavola. Tu pensi: “è oppositivo”, “cerca attenzione”, “ha un problema con le regole”.

Forse. Oppure: guardi il sociogramma e scopri che quel posto è strategico. È vicino alla persona che ammira di più. È lontano da quella che lo mette a disagio. Non è capriccio. È geografia affettiva.

Vedere queste cose sulla mappa ti permette di fare interventi mirati, che ti aiutino a sospendere il giudizio e a lavorare con calma. Cambi i posti a tavola non per punizione, ma per disinnescare una dinamica. Proponi un’attività a due non a caso, ma perché sai che quei due, messi insieme, funzionano bene.

Guardare il sociogramma è anche questo: un modo per metterla tra parentesi, almeno per un momento, e lasciare che la mappa ti mostri qualcosa che non avevi previsto.

Dal sociogramma all’azione: cosa viene dopo

Per Moreno, il sociogramma non è il punto di arrivo. È il punto in cui le scelte del gruppo, fino a quel momento solo intuite, vengono finalmente agite: le ragioni di certe alleanze o di certi rifiuti possono essere esternate ed esplorate, e il contesto relazionale diventa reale.

Lo strumento che Moreno costruisce per questo passaggio successivo è lo psicodramma, e la sua versione per i gruppi più ampi, il sociodramma. Sono tecniche che fanno uscire dal foglio le dinamiche disegnate sul sociogramma, e le portano sulla scena — letteralmente: si recitano, si interpretano, si vivono in un contesto protetto.

Non è questo l’articolo per entrare nello psicodramma. Ma è utile sapere che il sociogramma, in mano a Moreno, non era pensato come un punto fermo. Era l’inizio di un processo che doveva poi essere agito, discusso, trasformato in consapevolezza condivisa. In équipe, qualcosa di molto simile accade quando portiamo la mappa sul tavolo e iniziamo a confrontarci su quello che ognuno di noi vede.

C’è un altro autore che, qualche decennio dopo Moreno, ha preso sul serio questa idea della scena — ma l’ha portata fuori dal contesto protetto dello psicodramma e dentro la vita di tutti i giorni. Erving Goffman, in La vita quotidiana come rappresentazione (1959), sostiene che ognuno di noi, in ogni momento, sta interpretando una parte. Non solo a teatro, non solo in seduta: anche a tavola, in salotto, mentre fa la fila per la doccia. Ogni interazione sociale è una piccola rappresentazione, con un palcoscenico, un pubblico, e un retroscena dove ci si toglie la maschera.

A questo link potete trovare il sociogramma interattivo che ho provato a costruire e che potete usare liberamente. Il sociogramma non è un test diagnostico.La mappa che fai oggi è valida oggi. Tra tre settimane, dopo un ingresso o un’uscita in comunità, può essere completamente diversa. E va bene così: il gruppo è vivo, cambia, respira.

Non userai mai i nomi veri sul foglio che porti in équipe. Userai iniziali o nomi inventati. I dati relazionali sui minori sono dati sensibili, e su questo non si scherza: minimizzazione dei dati, GDPR, foglio trattato come documento riservato. Punto.

In comunità questa idea calza a pennello. Il ragazzo che fa scenate per il posto a tavola non sta solo “comportandosi male”: sta interpretando una parte, davanti a un pubblico ben preciso — gli altri ospiti, magari un educatore in particolare. Cambia il pubblico, e cambia la parte. Lo vediamo ogni volta che un ragazzo si comporta in modo diverso a seconda di chi ha intorno

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