Elogio del “non fare niente”: il paradosso nelle comunità educative per minori
Se c’è un’accusa che fa ribollire il sangue nelle vene di chi lavora in una comunità per minori è quella da chi gravita attorno al nostro mondo senza mai viverlo: “Voi educatori, in fondo, fate poco e niente”.
È l’eterna condanna di chi guarda dal buco della serratura: psicologi, assistenti sociali, burocrati o semplici passanti che misurano il valore del nostro lavoro con il metro della produttività aziendale. Se non stiamo somministrando un test, se non stiamo conducendo un laboratorio strutturato di ceramica, se non stiamo compilando scartoffie, allora stiamo “perdendo tempo”
Questa è la più grande miopia del sistema dell’accoglienza e dei servizi. Ci chiedono “buone pratiche”, ci chiedono di misurare, ci chiedono di dimostrare il “lavoro”. Ingabbiare la relazione educativa e le relazioni di aiuto in un tabulato di attività eterodirette, però, a mio avviso, diviene frustrante sia per l’educatore che per l’educando.
La zona muta, dove abbiamo parlato in altri articoli può essere smacherata e per farlo prendo in prestito un concetto che proviene dal mondo dell’economia: la Legge di Pareto, o Principio dell’80/20.
Tradire la Legge 149/2001: quando la Casa diventa Clinica
Dimentichiamo troppo in fretta da dove veniamo. La storica Legge 149 del 2001, chiudendo definitivamente la vergogna dei vecchi orfanotrofi, ha stabilito un principio non negoziabile: se un minore non può stare nella propria famiglia, deve essere inserito in una comunità di tipo familiare. è ciò che viene chiamato affidamento etero-familiare.
La parola chiave, che il sistema spesso ignora ma che non è ignorato dalle Linee di indirizzo per l’accoglienza dei servizi residenziali per minorenni
è “con connotazione familiare.” La legge, quindi, conferisce ai servizi educativi residenziali un’investitura chiara: proporre un ambiente protetto, caldo, dove i rapporti interpersonali e l’organizzazione riproducano il senso e il significato dei tempi e dei luoghi vissuta da una famiglia vera. Un esempio emblematico a tutti gli addetti ai lavori: Se chiudo a chiave tutte le porte della mia comunità io non sto riproducendo il contesto familiare, anzi sto costruendo spazi di controllo.
Ora, pongo delle questioni: in quale famiglia i genitori si siedono a tavolino per stilare un “cronoprogramma di interventi socio-educativi” per i propri figli? In quale casa il momento di apparecchiare la tavola viene rendicontato come “attività di potenziamento”?
Siamo sicuri che questi ragazzi, strappati da contesti di profonda fragilità, abusi o incuria, vogliano sentirsi “programmati” in ogni singolo istante della loro permanenza in comunità? Hanno bisogno di un nido o di un campo di addestramento?
Sottoporre minori già traumatizzati a una raffica di attività educative eterodirette – solo per placare l’ansia di controllo degli adulti e riempire le relazioni dei Servizi Sociali – significa negare il senso stesso della Legge 149. Significa istituzionalizzarli di nuovo, nascondendo l’istituto dietro parole e burocrazie moderne e eludendo ancora una volta i basilari diritti della persona a costruirsi un’esistenza dignitosa
Il Principio 80/20: La Potenza Eversiva della Quotidianità
La legge di Pareto il principio 80/20 si può applicare anche nel nostro lavoro educativo; anzi permetterà ad ogni mio collega di non vivere l’ansia del “non fare niente”.
il fondamento del principio 80/20 ci insegna che il 20% delle cause, ovvero degli sforzi, provoca l’80% degli effetti, ovvero dei risultati. In altri termini, l’80% dell’efficacia del nostro lavoro educativo si realizza nel 20% del tempo , ed è esattamente il tempo vuoto, destrutturato, informale.
I veri momenti di cura, quelli che incidono profondamente sulla traiettoria di vita del ragazzo, non avvengono quasi mai durante il “laboratorio di creatività” richiesto dal bando di turno. Avvengono in quel 20% di puro esistere condiviso:
- Nel tragitto in furgone: quando lo porti a scuola e lui, fissando il finestrino con la radio in sottofondo, ti confessa una paura inesprimibile;
- Nel cuore della notte: quando non riesce a dormire e tu stai semplicemente lì, seduto sul bordo del letto, in silenzio, per fargli capire che il mondo non crolla e che non è solo;
- Nella rabbia quotidiana: durante una lite furibonda per un banale turno di pulizie, dove gli insegni (senza lezioni frontali) che il conflitto si può attraversare senza essere distrutti o abbandonati;
- Durante una partita a biliardino, mentre si condivide un pensiero davanti alla televisione, mentre si degusta della buona musica;
Rivendicare la Complessità del “Non Fare” come controeducazione
Quindi ritornare a quello che Paolo Mottana chiama “l‘appetito bruciante, sessuato e nervoso di capire, di fare e di pronunciare il violento sì alla vita” ; tornare a quello che Piero Bertolini chiamava il linguaggio delle cose concrete, ovvero, apprendere dall’esperienza e generare valore attraverso la condivisione di essa con il ragazzo per offrire altri sguardi, per disperarsi nella costruzione di un incerto futuro possibile e nuovo.
Ecco perché facciamo fatica a scrivere le consegne e a documentare l’intervento educativo. Perché la lingua della burocrazia non ha le parole per descrivere un abbraccio, la tolleranza di un insulto, o il valore pedagogico immenso di una serata passata sul divano a mangiare patatine guardando un film scadente.
Se l’80% dell’energia relazionale e del cambiamento si gioca nella quotidianità invisibile, allora dobbiamo avere il coraggio di dire ai Servizi Sociali che il nostro lavoro si potrebbe misurare, certo ma non “a performance”.
Costringere l’educatore a saturare il tempo del minore con “attività produttive” significa privare il ragazzo dello spazio psichico per elaborare i propri vissuti. Significa impedirgli di annoiarsi, di sbagliare, di manifestare il suo sintomo in un ambiente familiare e sicuro.
Vis Experiri amicum? Calamitosus fias come possiamo, allora, crescere adulti che non possano esperimentarsi anche nel disagio, nelle avversità. Come possono, un giorno riconoscere un amico da un non amico se non hanno assaporato anche i dispiaceri dolci che la vita può offrire durante il loro percorso? Noi non siamo qui per “fare delle cose” con i ragazzi. Siamo qui per esistere con loro, nel momento esatto in cui il loro mondo della vita potenzialmente può essere ri-generato, trasformato.
E vi assicuro che questo, da solo, è il lavoro più difficile, logorante e magnificamente trasformativo del mondo.
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