Cosa è davvero evidente? Viaggio tra l’Erlebnis, il raccontarsi e la fatica di pensare nella società dell’iPhone
Appunti e riflessioni dal corso di Sociologia Generale tenuto da Alessandro Bosi (Università di Parma, a.a. 2014/2015)
Voglio aprire questa riflessione con una domanda che il professore A. Bosi ci propose durante il corso: “Cosa è soprattutto Evidente?”. La risposta, apparentemente semplice ma dal peso esistenziale enorme, è che tutti noi siamo inesorabilmente allineati sulla linea storica: viviamo l’ultimo istante della nostra vita, un istante a cui non possiamo mai sottrarci.
Ogni giorno, ogni minuto, noi siamo i protagonisti assoluti e irripetibili della nostra esperienza di vita. Ma ci siamo mai fermati a chiederci: che cos’è, davvero, questa esperienza? Come possiamo interpretarla e raccontarla senza ridurla a una sterile lista di eventi?
Siamo abituati a pensare che il mondo si possa leggere solo attraverso i dati. Trasformiamo i fenomeni in informazioni quantificabili, dimenticando, come ci ricorda Wright Mills, che il mondo è già pieno di informazioni, molto più di quanto l’uomo possa gestirne.
Zygmunt Bauman, un gigante del nostro tempo, ci invita a cambiare sguardo. Per lui, la sociologia (e io direi, la pedagogia stessa) non è statistica, ma una vera e propria Conversazione, un dialogo intimo e continuo con l’esperienza degli individui. Per capire questo passaggio, dobbiamo prendere in prestito due parole potentissime che la lingua tedesca usa per definire l’esperienza:
- Erfahrung: l’esperienza oggettiva, i “nudi fatti”, ciò che mi succede semplicemente perché interagisco col mondo.
- Erlebnis: l’esperienza vissuta sulla propria pelle. È l’aspetto puramente soggettivo, l’emozione, il pensiero, il significato profondo che io, come individuo unico, do a quell’incontro con il mondo
La vera conversazione educativa nasce proprio qui: dall’incontro tra i fatti – Erfahrung – e il modo in cui li sentiamo vibrare dentro di noi –Erlebnis. Serve a risvegliare la nostra immaginazione, a farci riappropriare del pensiero critico. Socrate lo faceva nella polis con la sua maieutica, aiutando gli uomini a partorire la verità attraverso il dialogo. Noi, oggi, come lo facciamo?
Il raccontare: meccanico o epico? La sfida di ogni équipe educativa
Il prof. Bosi parte da qualcosa di apparentemente banale: il raccontare. Quell’atto che compiamo ogni giorno, a tavola, in comunità, con gli amici, con noi stessi prima di addormentarci. Ma Bosi fa una distinzione fondamentale, che mi ha colpito profondamente e che mi sta ronzando nella testa rispetto alle dinamiche di Equipe professionali.
Esiste un racconto meccanico: lineare, sequenziale, oggettivo nella sua pretesa. Racconto un fatto come è accaduto, in ordine, dall’inizio alla fine. È il racconto dell’identità sociale — il chi siamo: il nome, la professione, i dati anagrafici. Se dovessi guardare alla nostra professione è il classico passaggio delle consegne al collega o la stesura di una relazione di osservazione come documento che accerta ciò che è accaduto durante la quotidianità e il vissuto dentro una Comunità educativa. Poi c’è l’esperienza del raccontarsi, ed è qui che le cose si fanno interessanti. È un processo, non un prodotto. È il ri-contare, il mettersi continuamente alla prova, il fare i conti con il proprio sé in relazione all’Altro.
Come ci ricorda Bosi: “l’esperienza del raccontare si misura col vissuto, l’Erlebnis“. E ogni volta che ri-contiamo, non siamo più come la prima volta. Siamo cresciuti..
Questo tipo di narrazione è quello che il drammaturgo Bertolt Brecht chiamava epico: una narrazione che produce conoscenza critica, che non trasforma lo spettatore in un ricevitore passivo, ma lo strania, lo spinge a intervenire, a pensare. Gli eventi non seguono un ordine rigido: seguono il sentimento. E possono sempre essere ricaricati di nuovi significati, perché vivendo continuiamo a modificarli.
E qui, cari colleghi educatori, mi sento di fare una profonda riflessione sul nostro lavoro di tutti i giorni, su quello che accade nelle nostre comunità. Quante volte, durante le nostre riunioni d’equipe o nei frenetici passaggi di consegne, cadiamo nella trappola di quello che Bosi chiama “racconto meccanico”? Ci sediamo attorno a un tavolo e facciamo l’elenco sterile dei comportamenti dei ragazzi: “Oggi ha risposto male”, “Non ha rifatto il letto”, “Ha saltato la scuola”. Ci limitiamo a raccontare un fatto evidente così com’è, seguendo un ordine puramente lineare e cronologico. In quel momento, senza accorgercene, smettiamo di essere educatori e ci trasformiamo in burocrati, compilatori di diari di bordo asettici in cui il ragazzo sfuma e diventa un mero “oggetto” da gestire.
Ma l’esperienza del raccontare è tutt’altra cosa. È un processo vivo, un mettersi alla prova. Se vogliamo fare vera pedagogia, in equipe dobbiamo avere il coraggio di abbandonare la narrazione meccanica per abbracciare quella riflessiva. Non possiamo essere macchine da referto. Quando in riunione porto l’esplosione di rabbia di un ragazzo, non devo limitarmi al fatto in sé; devo immergermi nel processo, raccontare come io sono stato in quella relazione, cosa quel suo agire ha mosso dentro di me, come la mia identità professionale ha risposto.
Solo così la riunione d’equipe smette di essere un bollettino sui comportamenti dei minori – spesso e volentieri giudicanti e accusanti – e diventa il luogo in cui acquisiamo la consapevolezza del nostro sé che si costruisce in relazione continua con l’Altro. Perché in fondo, se noi educatori per primi non siamo disposti a “ri-contare” e mettere in discussione noi stessi attraverso le storie dei nostri ragazzi, come possiamo pretendere di aiutarli a riscrivere le loro vite?
La tecnologia sta soverchiando la nostra umanità. Viviamo relazioni frammentate, virtuali, un eterno presente bombardato da stimoli così veloci che non riusciamo più ad assaporare ciò che ci circonda. L’agorà, un tempo luogo di pensiero e democrazia, è diventata il mercato, e i centri commerciali sono diventati le nostre nuove Cattedrali. (È stranissimo, e doloroso, pensare che i ragazzi preferiscano passeggiare in un centro commerciale piuttosto che in un parco ).
Ci vantiamo di vivere nell’epoca della massima libertà, ma io credo che siamo finiti in una gabbia d’acciaio. Abbiamo la libertà di agire, ma sembra che non siamo più capaci di pensare criticamente. Non posso fare a meno di chiudere questa riflessione con una provocazione del filosofo Diego Fusaro, che continua a ronzarmi in testa: “Qual è il totalitarismo che sarebbe riuscito a piazzare, nelle tasche di tutti i suoi sudditi, un iphone? Questo è un totalitarismo perfetto, che opera sulle coscienze ancor prima che sui corpi…”.
A noi educatori, pedagogisti, e semplici esseri umani in cammino, resta il compito più arduo e affascinante: ritrovare il tempo per l’Erlebnis, riaprire conversazioni autentiche e tornare a raccontarci, non come copie di un modello standard, ma come individui capaci di immaginare ancora il futuro.
