Weltanschauung di Lev Tolstoj
Weltanschauung di Lev Tolstoj
Ho incontrato I Diari di Lev Tolstoj quasi per caso, in un momento particolare. Era l’aprile del 2015 — lo ricordo con precisione grazie alle date rimaste sulle mie evidenziazioni Kindle — e mi trovavo in un periodo complicato, pieno di dubbi sul senso che stavo dando alla mia vita attraverso il mio corso di studi di laurea: Scienze dell’educazione. Cercavo delle risposte, anche se non sapevo bene dove guardare. Ero iscritto d apoco e la mia traiettoria di vita mi aveva condotto in un agriturismo a condividere piaceri e dispiaceri con molti dei miei amici più cari. Non avevamo un centesimo, volevamo pagarci gli studi e passavamo le giornate del weekend in un agriturismo noto nel milanese. Grandissima scuola di vita, credo di avere appreso, proprio lì dentro come relazionarmi al meglio nel mio lavoro e, difficile da dirlo, anche a resistere alle provocazioni dei clienti. Avevo un kindle con il quale passavo del tempo a leggere, con la mia allora ragazza, nel Parco Ducale di Parma. Proprio in quel momento mi sono imbattuto nelle parole di un Tolstoj appena ventenne, capace di descriversi così
Sono nemico a me stesso, goffo, sporco e mondanamente ineducato. Io sono iracondo, fastidioso per gli altri, immodesto, impaziente e vergognoso come un ragazzo.»
Mi sono fermato. Ho riletto e, tecnologia assoluta del Kindle: ho evidenziato. Non avrei mai pensato che tali evidenziature, un giorno, avrebbero potuto render significativo ciò che vivo, a distanza di 12 anni. E ho pensato: questo lo riconosco. Non perché lo condivida — ma perché l’ho incontrato. In tante forme, in tante storie che, sino ad allora incontravo. Mi riconoscevo, soprattutto in me stesso.
Questo articolo nasce da quell’incontro. Non è un saggio letterario, né una biografia convenzionale. È un tentativo di leggere Tolstoj di quando l’ho incontrato due lustri fa e di come possa essere ssignificativo nell’esperienza professionale di un educatore.
Chi era Lev Tolstoji — e perché ci riguarda
Lev Nikolaevič Tolstoj nasce il 9 settembre 1828 a Jasnaja Poljana, nella Russia zarista. Quarto di cinque figli di un nobile di campagna, rimane orfano di madre a due anni e di padre a nove. Cresce sotto la tutela di zie e parenti, in quella che lui stesso descriverà come un’educazione disorganica, priva di princìpi, affidata all’imitazione dei grandi piuttosto che alla trasmissione consapevole di valori. Nei Diari lo scrive con brutale chiarezza:
«A me non venne inculcato nessun principio morale, nessuno; e intorno a me i grandi, sicuri, fumavano, bevevano, libertineggiavano, picchiavano la gente e esigevano il suo lavoro. E anch’io come loro ho fatto molte cose brutte senza volerle fare, solo per imitare i grandi.»
Nel 1844 si iscrive all’università di Kazan, prima alla facoltà di filosofia (sezione di studi orientali, dove supera gli esami di arabo e turco), poi all’anno dopo a quella di giurisprudenza, ma per via dello scarso profitto non riesce mai a ottenere la laurea. Lasciati gli studi, torna nella tenuta di famiglia, tenta di migliorare le condizioni dei contadini e fallisce. Parte per il Caucaso come soldato volontario, poi partecipa alla guerra di Crimea dove vede la morte da vicino. Viaggia in Europa — Francia, Svizzera, Germania, Inghilterra, Italia — osservando scuole e sistemi educativi. Torna convinto che la pedagogia del suo tempo sia profondamente sbagliata. Lo annota nei Diari
«Sono stato alla scuola. Terribile. Preghiera per il re, botte, tutto a memoria, i bambini spaventati e guastati.»
Tra il 1859 e il 1863, Tolstoj fonda a Jasnaja Poljana un’esperienza pedagogica rivoluzionaria per i figli dei contadini: una scuola senza voti, punizioni o programmi fissi, basata esclusivamente sull’interesse spontaneo dei bambini. Arriva ad aprirne ben tredici, ma nel 1862 la polizia zarista, sospettando attività sovversive, perquisisce la sua casa. Ferito, Tolstoj abbandona la pedagogia per sette anni, per poi ritornarvi convinto che l’educazione sia la questione più urgente di tutte.
Dopotutto, Tolstoj è stato un uomo capace di interrogarsi profondamente sul mondo e su se stesso con un’ossessione e una sincerità spiazzanti. Ed è proprio questa sua incessante ricerca a renderlo, ancora oggi, così prezioso per noi.
Il suo modello pedagogico parte da Rousseau, ma lo supera: dove Rousseau teorizza, Tolstoj sperimenta. E dove entrambi concordano è sul punto centrale: l’educazione autentica non può essere imposizione. Deve partire dal soggetto, dalla sua esperienza vissuta, dal suo mondo. Deve, come scrive Tolstoj, rispettare l’interesse come molla dell’apprendimento, senza sminuire mai le conoscenze che i bambini portano da fuori dalla scuola.
La distanza da Bertolini è di un altro ordine — non storiografico, ma di metodo. Tolstoj pratica e testimonia dall’interno; Bertolini riflette filosoficamente con il rigore della fenomenologia. L’uno abita il problema con tutta la propria vita; l’altro lo teorizza per renderlo comprensibile agli educatori. Ma la domanda di fondo è la stessa: cosa vive davvero il soggetto difficile?
Perché Tolstoj ha scritto un diario — e perché questo ci interessa da vicino
I Diari di Tolstoj cominciano nel 1847, quando ha diciannove anni, e proseguono fino a pochi giorni prima della morte, nel novembre del 1910. Sessantatré anni di scrittura quotidiana, una vita vissuta tenuta a filo dall’alfabeto. Pensate, invece, a quanto sia complesso, oggi, presentare delle biografe così pesanti; al giorno d’oggi basta compiere un’esperienza per poter essere già inserito negli adepti.
Mi pongo una questione, rileggendo le parti evidenziate. Perchè li ha scritti? soprattutto ma per chi? per se stesso?
Allora mi sono dato una prima risposta All’inizio è una questione di autocontrollo. Il giovane Tolstoj si dà norme, regole, programmi di vita. Il diario è lo specchio in cui verifica se stesso:
«In un diario deve trovarsi una tabella delle norme, nel diario devono essere anche definiti i miei atti futuri.»
«Un diario è un mezzo molto comodo per poter giudicare se stessi.»
Quanto sono cruciali questi passaggi. io mi ci ritrovo molto. il doversi disicplinare per poter perseguire gli obiettivi e il mio, seppur piccolo come quello del conseguimento della laurea, dietro ha sempre nascosto dei significati molto significanti
Poi diventa qualcosa di più: uno strumento di rendiconto morale:
«Trovo nel diario, oltre alla definizione delle azioni future, uno scopo utile: il rendiconto di ogni giornata dal punto di vista dei difetti da cui correggersi.»
Infine, nella maturità, il diario diventa laboratorio del pensiero. Non più correzione di sé ma comprensione di sé. Una scrittura che non aspetta di avere le risposte per cominciare — che pensa scrivendo, proprio come fa chi lavora fenomenologicamente.
Il diario di Tolstoj ci mostra dall’interno come funziona un’esistenza in formazione difficile.Attraverso il suo vissuto possiamo allenarci alla conoscenza e alla comprensione di ciò che possiamo osservare nelle nostre vite e per di più nelle nostre vite professionali.
Eppure, rileggendo i Diari dopo aver studiato Bertolini, il dialogo è inevitabile. Non perché Tolstoj abbia anticipato Bertolini — ma perché ha vissuto dall’interno ciò che Bertolini descrive dall’esterno con il rigore del filosofo e del pedagogista.
Il ragazzo difficile, per Bertolini, non è chi manca di valori o di intelligenza. È chi fatica a costruire un orizzonte di senso stabile, chi vive una temporalità spezzata, chi sperimenta la relazione come luogo di incomprensione costitutiva, chi nasconde dietro comportamenti difficili un bisogno fondamentale di riconoscimento. E chi, alla radice di tutto, cerca disperatamente di esprimere se stesso — di dire: sono qui, esisto, conto qualcosa.
Tolstoj ha vissuto tutto questo. E lo ha scritto.
Il sé che non si regge: l’autocoscienza come tormento
Uno dei paradossi del ragazzo difficile — inteso à la Bertolini — è che spesso la sua coscienza di sé è ipertrofica. Non è che non si guarda: è che si guarda in modo doloroso, in uno specchio che restituisce sempre un’immagine inadeguata.
Tolstoj a vent’anni scrive:
«Sebbene abbia già acquistato molto dal momento in cui ho cominciato a occuparmi di me stesso, tuttavia sono sempre ancora molto insoddisfatto.»
L’autoconoscenza non porta chiarezza. Porta un disagio che si allarga. È la struttura classica del vissuto difficile: più mi guardo, più mi frammento.
Il momento più potente è quando Tolstoj, a ventisei anni, compila un inventario di se stesso:
«Io sono nemico a me stesso, goffo, sporco e mondanamente ineducato. Io sono iracondo, fastidioso per gli altri, immodesto, impaziente e vergognoso come un ragazzo. Sono quasi ignorante. […] Sono insofferente, indeciso, incostante, scioccamente vanitoso e focoso come tutti gli uomini senza carattere. Manco di precisione e sono così pigro che l’ozio è diventato per me un’abitudine quasi invincibile.»
Bertolini ci chiederebbe di leggere questo passo non come analisi obiettiva ma come vissuto intenzionale: così il soggetto si incontra nel suo mondo. La distanza tra il sé ideale e il sé percepito è abissale. E in quell’abisso si genera la sofferenza che alimenta la condotta difficile.
Poi, quasi sussurrata, arriva la frase chiave:
«Sì, sono immodesto: per questo sono orgoglioso dentro di me e timido e vergognoso in società.»
In questa frase Tolstoj coglie qualcosa di cruciale: arroganza e vergogna non sono opposti. Sono le due facce della stessa struttura. L’educatore che vede solo l’arroganza — o solo la timidezza — non vede il soggetto intero.
II. La temporalità spezzata: il ritorno eterno del medesimo fallimento
Uno degli assi portanti della fenomenologia di Bertolini è l’analisi del tempo vissuto. Il ragazzo difficile fatica a costruire una continuità narrativa di sé: il passato è peso, il futuro è promessa che si svuota, il presente è urgenza senza radici.
I Diari di Tolstoj documentano questa struttura con una fedeltà quasi clinica. In quello stesso paragrafo, senza soluzione di continuità:
«La prima norma che stabilisco è la seguente: Adempi tutto ciò che hai deciso di adempiere. Non ho adempito le norme.»
Due frasi. La promessa e la sua negazione, nello stesso respiro. Non c’è ironia. C’è la constatazione nuda di una scissione tra il sé che decide e il sé che agisce.
Il ritorno ciclico è la cifra di questa temporalità:
«Il 28 ho compiuto ventitré anni. Contavo molto su questa data, ma purtroppo rimango lo stesso: in pochi giorni ho fatto in tempo a rifare tutto quel che ritenevo sbagliato.»
E anni dopo, con amara autoironia:
«È ridicolo che uno a quindici anni cominci a darsi norme, a trent’anni continui a farlo senza credervi né seguirne alcuna, e tuttavia seguitando, per qualche ragione, a credervi e a volerle.»
Chiunque lavori in comunità educativa riconosce questo schema: la promessa sincera seguita dalla ricaduta, la promessa di nuovo sincera, la ricaduta di nuovo. È facilissimo leggerla come malafede. Leggiamola diversamente: come la manifestazione di una struttura temporale che non si è ancora consolidata? Non c’è bugia: c’è un soggetto che non riesce ancora a tenersi nel tempo.
La noia che ne deriva sembrerebbe il vuoto di senso che precede la condotta difficile:
«Quando ho cercato il piacere, esso mi è sfuggito, e sono caduto in una penosa condizione di noia, una condizione da cui si può passare a tutto, al buono o al cattivo, ma più spesso a quest’ultimo.»
III. La solitudine come incomprensione costitutiva
Per Bertolini, uno dei tratti più drammatici del ragazzo difficile è l’isolamento di senso: la sensazione di abitare un mondo che gli altri non condividono. Non è narcisismo: è il vissuto di chi ha trovato nell’incontro con l’altro una sequenza di conferme della propria incomprensibilità.
«Occorre abituarsi all’idea che nessuno mai mi capirà. Questa sorte, credo, è comune a tutti gli uomini troppo difficili.»
“Troppo difficili.” è quasi una categoria ontologica. La solitudine si aggrava nel tempo:
«Non ho amici, no! Sono solo. Avevo amici quando servivo Mammona, e non ne ho da quando servo la verità.»
«Sento sempre che l’espressione dei miei pensieri intimi è scambiata per menzogna e che non posso condividere gl’interessi della gente.»
Il ragazzo difficile spesso percepisce l’autenticità come impossibile nella relazione: ciò che dice viene frainteso, ciò che sente non trova parole adeguate. Ne deriva una progressiva chiusura intenzionale: smette di tentare la comunicazione autentica e costruisce maschere, oppure si ritira.
La sfida dell’educatore che abbraccia la fenomenologia è diventare quello spazio in cui il ragazzo sperimenta che non tutto è frainteso. Non correggere, non interpretare — ma ricevere. L’incontro autentico è l’evento che incrina la certezza dell’incomprensibilità.
IV. il bisogno di riconoscimento
Uno dei pattern più frequenti — e più fraintesi — tra i ragazzi difficili è quello che in superficie appare come arroganza o esibizionismo, e che in profondità è una richiesta disperata di riconoscimento. Tolstoj lo descrive dall’interno:
«Le due passioni principali che ho notato in me sono la passione per il gioco e la vanità, che è tanto più pericolosa in quanto assume una molteplicità di forme diverse, come: desiderio di emergere, avventatezza, vacuità.»
«strano che solo ora ho notato uno dei miei difetti più notevoli, offensivo e suscitatore dell’altrui invidia: la tendenza a mettere sempre in mostra la mia superiorità.»
La vanità non è un vizio morale: è una struttura compensatoria. Il soggetto che non riesce a esistere nella relazione ordinaria cerca di farsi vedere attraverso l’eccesso. È una forma difettiva di richiesta d’amore.
«Quanto più in alto sono posto dall’opinione della società, tanto più in basso mi pongo nella mia.»
Anche quando il riconoscimento arriva, non basta — perché la voce interna che dice “non sei abbastanza” è più forte di qualunque voce esterna. L’educatore che risponde all’arroganza con correzione o umiliazione non tocca la struttura: la rafforza. Ciò che può fare qualcosa è un riconoscimento incondizionato, non legato alla performance.
VI. La crisi di senso
Quando il senso vacilla, il soggetto si svuota. E in quel vuoto emergono le condotte che l’esterno legge come “difficili”: la noia aggressiva, la ricerca di sensazioni forti, la trasgressione come tentativo di sentirsi vivi.
I Diari di Tolstoj mostrano questa crisi con una precisione straordinaria:
«mi si pone la domanda: qual è lo scopo della vita dell’uomo?»
«Io sarei il più sfortunato degli uomini se non trovassi uno scopo alla mia vita, uno scopo generale e utile.»
«l’anima si è svuotata, ho trascurato anche il lavoro, cioè il lavoro che ha per oggetto la propria personalità.»
La svolta, quando arriva, non viene da una correzione esterna, è un processo lento, che ripercorre le tappe della vita.. è nella costante riflessione dle proprio status che ci si pone, ci si interroga se è giusto o meno restare a lungo, in che modo, con che eguali. L’invidia verso gli altri ,ll’odio verso se stesso.. ads un certo punto, l’ossessione che accompagna i ragazzi, che accompagna anche me e che mi ha fornito risposte verso la conclusione della mia tarda adolescenza – 27-28 anni
«Una grande svolta è avvenuta in me in questo periodo di tempo; […] Ho smesso di fare castelli in aria e piani per attuare i quali non basterebbe forza umana. […] non spero più di arrivare allo scopo solo col mio proprio intelletto, e non disprezzo più le forme e il modo di vita adottati da tutti.»
Si diventa capaci di stare diversamente nel mondo non perché qualcuno lo ha punito o premiato: perché ha trovato un modo diverso di stare in relazione con la realtà. Questa è la svolta che ogni educazione fenomenologica cerca di accompagnare — senza poterla imporre.A volte, è prioorui il coraggio che manca ed è la mancanza di coraggio che assume in noi le forme di mostri che sono innominabili. Quel 2022, nella mia casa nuova, nella mia solitudine, lì ho compreso quanto fosse stato importante per me cominciare a respirare una nuova vita, esattamente, come in altre tappe passate mi hanno portato a condividere un percorso di studi a Parma e a cambiare città e, successivamente a cambiare le differenti stanze che mi hanno portato ad acquistare casa proprio in una città che ha visto l’epilogo del mio marasma interno.
VII. Il bisogno di esprimere sé: la radice delle azioni “inspiegabili”
Tra tutte le frasi dei Diari di Tolstoj, ve n’è una che considero il cuore di tutta la pedagogia del ragazzo difficile:
«Uno dei bisogni più veri dell’uomo, uguale, e forse anche più vero del mangiare, del bere, del sesso, e della cui esistenza noi spesso ci dimentichiamo è il bisogno di esprimere se stessi, sapere che questo l’ho fatto io. Moltissime azioni, altrimenti inspiegabili, si spiegano con questo bisogno.»
“Moltissime azioni, altrimenti inspiegabili.” Qui sta il cuore della pedagogia fenomenoligica.
L’educatore che vuole capire — prima di correggere — deve chiedersi: questa azione, che cosa esprime? Cosa il soggetto sta cercando di affermare di sé, attraverso questo gesto che io vedo solo come problema?
Il ragazzo che rompe, che disturba, che fugge, che si chiude: in tutti questi comportamenti c’è un soggetto che cerca di dirsi, di esserci, di lasciare un segno in un mondo che sembra non accorgersi di lui. La condotta difficile è spesso, nella sua struttura profonda, un grido di esistenza.
VIII. La relazione educativa
Tutta la fenomenologia del ragazzo difficile di Bertolini converge verso un punto: la relazione educativa come unico luogo in cui qualcosa può davvero cambiare. Non un programma, non una tecnica, non un sistema di premi e punizioni. Una relazione — autentica, asimmetrica ma rispettosa, capace di tenere insieme la distanza necessaria e la vicinanza umana.
Nei Diari di Tolstoj c’è un passo che, letto in questa chiave, diventa quasi un manifesto educativo. Scrive da adulto, guardando gli altri con lo sguardo che avrebbe voluto ricevere da giovane:
«bisogna nutrire in sé l’amore vedendo bambini in tutti gli uomini: immaginarli com’erano quando avevano sette anni.»
È una delle formulazioni più belle che abbia letto. Vedere nell’adulto — o nel ragazzo difficile — il bambino che è stato, il soggetto che stava emergendo prima che le difficoltà lo coprissero. Per ricordarsi che là, sotto le difese, c’è ancora qualcuno che vuole essere visto.
E ancora, in una delle ultime pagine che ho letto ed evidenziato dei Diari, Tolstoj scrive qualcosa che suona come una saggezza conquistata a caro prezzo:
«Solo ora ho capito che non è la vita intorno a te che devi organizzare in modo simmetrico, secondo i tuoi desideri, ma è te stesso che devi rompere, piegare, per adattarti a qualsiasi vita.»
“Rompere e piegare” Sono parole di incontro con la realtà. irrompono nella tarda adolescenza, si mettono di fronte quando cominci a lavorare, quando comincia a concretizzarsi: “la vita è faticosa”. Non c’è nessuna arte capace di affrontare questo momento, non l’orientamneto, non il counseling, non un percorso di psicoterapia. Niente.. solo l’esperienza e noi tutti dobbiamo fare maestra la vita che ci viene offerta.
Tolstoj, nei Diari, ha fatto questa cosa su se stesso per tutta la vita. Ha guardato la propria difficoltà come una struttura complessa da comprendere. E in questo ha anticipato — senza saperlo, o forse sapendolo — ciò che Bertolini avrebbe detto mezzo secolo dopo.
La frase che porto con me da quella lettura del 2015:
«Occorre abituarsi all’idea che nessuno mai mi capirà. Questa sorte, credo, è comune a tutti gli uomini troppo difficili.»
Ogni volta che la rileggo penso ai ragazzi che incontro, penso a me stesso. Penso a quella certezza — nessuno mi capirà — che portano dentro come una corazza. E penso che il nostro compito, come educatori, è stare là abbastanza a lungo e abbastanza in silenzio da far credere, poco a poco, che forse non è proprio vero.
Non è poco. A volte è tutto.