La relazione educativa in comunità per minori: l’educatore come funambolo

La relazione educativa in comunità per minori: l’educatore come funambolo

Quando racconto del mio lavoro alle persone, la domanda che ricevo più spesso è sempre la stessa: “Ma che lavoro fai, esattamente?”. Una domanda apparentemente semplice, che nasconde però una complessità enorme. Perché lavorare in una comunità educativa per minori non è sorvegliare e punire — come criticherebbe Foucault .

Eppure, oggi voglio tentare, vorrei portarvi dentro la vita quotidiana di una comunità per minori, cercando di mettere in luce quello che, secondo me, rappresenta il cuore pulsante di tutto il nostro lavoro: la relazione educativa. Una relazione che si sviluppa su tre piani intrecciati — con il minore, con la sua famiglia, con i colleghi dell’équipe — e che non può essere compressa in una procedura, né ridotta a una tecnica. È, prima di tutto, una postura.

L’educatore funambolo: tra materia umana e cornice giuridica

Mi piace pensare all’educatore che opera in comunità come a un funambolo. Un funambolo che cammina su due materie fondamentali: da un lato, la materia umana — il ragazzo, la sua famiglia, i colleghi; dall’altro, la materia giuridica — il quadro normativo che delimita, protegge e orienta il percorso.

Il cavo sul quale si bilancia è fatto di leggi e sentenze, di decreti del Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie introdotto dalla riforma Cartabia. Una cornice che l’educatore deve conoscere, non per ridursi a burocrate, ma perché quella cornice garantisce la tutela dei minori. Il diritto del minore a vivere in un ambiente familiare idoneo, sancito dall’art. 2 della Legge 149/2001, non è meramente un dettaglio di tipo tecnico.

Ma un funambolo non avanza mai rigido. Avanza sentendo il cavo sotto i piedi, adattandosi continuamente al peso che porta, all’equilibrio che deve trovare e ritrovare ogni giorno. Questo equilibrio si chiama relazione.

La quotidianità come laboratorio di vita: la relazione con il minore

I minori che vengono ospitati in comunità portano con sé storie differenti e a volte grottesche. Alcuni hanno attraversato viaggi estenuanti da paesi lontani. Altri provengono da famiglie che, per fragilità di vario genere, non hanno potuto garantire una crescita adeguata — in termini di cure, di regole, di affettività, di nutrimento (a volte letteralmente). Non è colpa di questi ragazzi, ma nemmeno la colpa può essere date ai genitori di queste famiglie.

All’interno della comunità educativa per minori , costruiamo uno spazio che si avvicina il più possibile a un ambiente familiare. Una cucina spesso aperta, camere da letto che ricordano ambienti privati, aree per il gioco e gli incontri. Questo non è un dettaglio architettonico: è una scelta educativa. Perché la casa, come spazio vissuto, è già di per sé uno strumento di cura. Loris Malaguzzi chiamava questo setting: Il Terzo educatore. Ed è qui, in questo laboratorio esperienziale di vita, che si manifesta la potenza trasformativa della quotidianità.

Voglio raccontarvi un esempio concreto. Nella struttura per la quale lavoro, abbiamo accolto nel giugno del 2024 una bambina di 9 anni. Quando è arrivata, mostrava evidenti segni di incuria: poco appetito, difficoltà nell’alfabetizzazione, scarsa autonomia nelle attività più semplici. Non era una diagnosi. Era una storia. Una storia che ci siamo messi ad ascoltare, con pazienza, con osservazione attenta, con quella che Piero Bertolini chiamerebbe comprensione della sua visione di mondo. A maggio 2025, quella bambina è andata in bicicletta per la prima volta. Sa lavarsi da sola. Sa dire cosa le piace mangiare e cosa no.

Non è magia. È il risultato di mesi di osservazione, di micro-interventi quotidiani, di relazioni costruite un gesto alla volta. È il lavoro educativo nella sua forma più pura: dilatare il campo esperienziale di chi ha vissuto ristretto, e accompagnare, senza sostituirsi, la costruzione di una nuova visione di sé. La bambina non ha vissuto in un ambiente asettico ma in un microcosmo sociale nel quale è stata immersa di relazioni, di differenti modelli operativi con il quale potersi impostare in modo differente.

L’educatore, in questo processo, non è neutro. Deve essere buon osservatore. Deve sospendere il giudizio, mettere tra parentesi la propria visione di mondo per avvicinarsi a quella del ragazzo. Deve sapere comunicare, consapevole che la relazione è comunicazione — anche il silenzio.

L’alleanza difficile: la relazione con la famiglia

C’è un equivoco che mi ha sempre infastidito: l’idea che lavorare in comunità significhi sostituirsi alla famiglia. Non è così e non deve essere così; questo specifico fenomeno è un istituto giuridico che viene nominato col concetto ADOZIONE!

La famiglia, anche quando è parte del problema — e a volte lo è, oggettivamente — è quasi sempre parte necessaria della soluzione. Con la riforma Cartabia e l’istituzione del nuovo Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie, il legislatore ha finalmente riconosciuto quello che chi lavora sul campo sapeva già: non puoi tutelare un minore ignorando il sistema familiare in cui è immerso.

L’educatore, dunque, non sostituisce la figura genitoriale. Cerca, dove possibile, di costruire una alleanza. Un filo rosso relazionale che tenga insieme la tutela del minore e il sostegno al genitore, con lo sguardo meno giudicante possibile — il che non significa acritico, ma orientato al “best interest of the child“.

Ve ne racconto due, di queste alleanze. Una madre, in difficoltà comunicativa con sua figlia, ha cominciato a chiamare l’educatore di turno per ragionare insieme sui conflitti che emergevano. Non per delegare, ma per capire. Un padre ha chiesto aiuto per portare una bicicletta al figlio in comunità: l’educatore l’ha affiancato, senza togliergli il gesto. Sono piccole cose. Ma è esattamente in quelle piccole cose che si costruisce o si distrugge la co-responsabilità educativa.

La sala polivalente della nostra comunità — attrezzata per il gioco, per il relax, per i colloqui informali — non è semplicemente un locale. È uno spazio pedagogico. È il luogo dove i genitori possono ancora essere genitori, in un contesto protetto e autentico al tempo stesso.

Ma c’è qualcosa di ancora più fondamentale, che voglio dire con chiarezza a chi lavora nel sociale: è necessario che un genitore conosca gli educatori e il contesto della comunità. è un atto pedagogico consapevole e innovativo, che risponde a due ordini.

La prima è una ragione culturale, e ha a che fare con il modo in cui la comunità viene percepita da molte famiglie. Il recente caso della Famiglia del bosco è l’ennesimo scandalo mediatico con il quale si distorce l’attenzione su quello che è un lavoro preziosissimo per il nostro welfare. Il servizio sociale che “ruba i bambini” potrebbe essere una narrazione costruita come strumento per battagliarsi politicamente. Intanto le famiglie soffrono e, con loro, anche i minori che necessitano di uno sguardo alternativo per poter procedere in questa società sempre più liquida e complessa. Se non lavoriamo attivamente per smontarla, quella rappresentazione resterà lì, come un muro invisibile tra noi e le famiglie. Incontrare gli educatori, vedere la comunità con i propri occhi, capire che lì dentro il proprio figlio mangia, dorme, studia e cresce — questo è l’antidoto più efficace a quella narrazione tossica.

La seconda ragione è professionale, e riguarda la competenza specifica di chi fa questo lavoro. Gli educatori non sono custodi. Sono professionisti della relazione, formati a leggere i dinamiche interpersonali, a individuare bisogni latenti, a costruire strumenti comunicativi e relazionali che funzionano. Questa competenza non appartiene solo al minore: può diventare una risorsa per l’intera famiglia. Un genitore che osserva come l’educatore gestisce un momento di conflitto con suo figlio sta imparando qualcosa. Un genitore che partecipa, anche indirettamente, al percorso educativo, acquisisce strumenti che porterà con sé anche dopo la dimissione.

E qui, permettetemi di chiamare in causa Paulo Freire. Se la famiglia rimane esclusa dalla rete — se il servizio sociale è percepito come un’entità che agisce su di lei invece che con lei — quella famiglia non riuscirà mai a cogliere l’opportunità straordinaria che le si sta offrendo. Non comprenderà mai che l’intervento educativo non è una punizione, ma una possibilità di crescita. Una possibilità di coscientizzazione: quel processo profondo attraverso cui una persona smette di subire la propria condizione e comincia a leggerla criticamente, a interrogarla, a trasformarla. Una famiglia che non viene inclusa resta analfabeta rispetto al proprio strato di realtà — non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di strumenti e di fiducia. E quella fiducia si costruisce solo attraverso la relazione.

Il lavoro di équipe

Permettetemi di essere diretto su questo: un educatore che lavora da solo, in comunità, è un educatore in pericolo. In pericolo di esaurirsi, di perdere la prospettiva, di diventare — senza accorgersene — inefficace o addirittura dannoso.

L’équipe non è un momento organizzativo. È lo spazio in cui si dà senso all’agire educativo. È il luogo dove si riflette non solo su cosa è successo, ma su come siamo stati in quella situazione, su cosa ha mosso in noi il comportamento di quel ragazzo, su come la nostra identità professionale ha risposto.

Schön, nel suo “Il professionista riflessivo”, ci parla di quel movimento continuo tra esperienza, riflessione e trasformazione che è alla base di ogni pratica professionale autentica. In comunità, questo movimento non può essere solitario. La continuità educativa è un valore fondamentale in un contesto h24 e su turni. Senza una linea comune, coerente e progressiva, ogni educatore lavora su un pezzo di storia diverso, e il ragazzo si ritrova ad abitare frammenti di relazione invece di una relazione intera.

Ecco perché le riunioni d’équipe non possono ridursi a bollettini sui comportamenti dei ragazzi — “oggi ha risposto male”, “non ha rifatto il letto” — come già mi capita di scrivere altrove. Devono essere occasioni per ri-contarsi, per riportare la narrazione meccanica dei fatti a qualcosa di più vivo: una narrativa riflessiva, capace di produrre conoscenza e trasformazione.

Conclusione: ritrovare il senso

Torno alla domanda di partenza: “Ma che lavoro fai?” Faccio il funambolo. Cammino ogni giorno su un cavo fatto di leggi, di relazioni, di storie spezzate che cercano di ricucirsi. Non ho la rete sotto. Ho i colleghi accanto, ho i ragazzi davanti, ho le famiglie che — anche quando sembrano nemiche — sono quasi sempre alleate in potenza. Il lavoro educativo in comunità è lento. È fatto di giorni in cui sembra che non cambi niente, e di mattine in cui una bambina che non aveva mai pedalato parte in bicicletta sotto il sole di maggio. A voi educatori, assistenti sociali, operatori del welfare: non perdete il filo. Non fatevi scivolare nella burocrazia del referto quotidiano. Restate funamboli. Restate umani.

Autore

  • Sono Alessandro Lupo, pedagogista. Lavoro a Parma nelle comunità educative per minori e qui raccolgo strumenti e riflessioni nati dal campo.

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Lupo Alessandro Educatore e Pedagogista
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