Scaffolding in comunità educativa: dare voce ai ragazzi
Spesso e volentieri, nelle comunità educative per minori, i ragazzi, ad un certo punto cominciano ad alzare l’asticella e a fare richieste. Se dobbiamo guardare al quadro normativo della CRC, l’art. 12 stabilisce che il minore ha il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo riguarda ed è dovere dell’adulto prendere in considerazione, tenendo conto dell’età e del grado di maturità del fanciullo.
Spesso e volentieri, nel nostro contesto, purtroppo, il ragazzo ha pochi strumenti per poter comunicare una sua richiesta, portando inevitabilmente a incomprensioni e rifiuti. Non sono avezzo a dare la causa ai ragazzi, comprendo le loro difficoltà e, infatti, credo che è responsabilità degli adulti di riferimento, comprendere tali fragilità, anche nel colloquio, affinché una loro richiesta possa prendere forma
Prima di tutto: cos’è, concretamente, uno scaffold?
Scaffold, dall’inglese, ponteggio. Quella struttura metallica che si monta intorno a un edificio in costruzione. Non è il muro. Non è il tetto. È la cosa temporanea che ti permette di lavorare in alto senza cadere, finché la struttura non regge da sola.
Nel 1976, Jerome Bruner, usò questa immagine per descrivere un tipo preciso di supporto educativo. Insieme ai colleghi Wood e Ross, studiò cosa succede quando un adulto esperto affianca un novizio in un compito difficile. E osservò che i migliori “tutor” non facevano la cosa al posto dell’altro. Costruivano intorno all’altro una struttura che gli permetteva di farcela da solo.
Il ponteggio, successivamente lo rimuovi e l’edificio rimane. Così dovrebbe funzionare l’istruzione e così funziona anche la formazione e l’educazione.
Molti potrebbero dissentire e affermare che il riferimento normativo è Vygotskij e, ovviamente, la radice della psicologia socio-culturale va allo psicologo bielorusso che, la censura sovietica lo ha bloccato per decenni.
Vygotskij, no, non è un Codice Fiscale, introdusse il concetto di Zona di Sviluppo prossimale – ZSP. Tra quello che un ragazzo sa fare da solo e quello che potrebbe fare con un supporto adeguato c’è un margine, uno spazio che, si ipotizza, sia pieno di potenzialità. è quel margine che permette all’individuo di crescere e svilupparsi e per farlo deve essere presente l’adulto. Se hai letto il mio articolo sul “non fare niente” e sul principio di Pareto, riconosci subito questo spazio. È esattamente il 20% di esistere condiviso da cui nascono l’80% dei cambiamenti veri. La ZSP non si abita con i laboratori strutturati. Si abita nel furgone, sul bordo del letto di notte, durante una lite per i turni delle pulizie.
Scaffolding in comunità: lo facciamo già, ma spesso senza nominarlo
l lavoro di scaffolding nelle comunità educative c’è. Lo fa ogni educatore che si siede accanto a un ragazzo e gli chiede “ma cosa vorresti dire all’équipe?” invece di rispondergli direttamente. Lo fa chi accompagna un ragazzo a un colloquio con l’assistente sociale preparando con lui le cose da dire. Lo fa chi, di fronte a una richiesta formulata male e con rabbia, aiuta il ragazzo a trovare le parole giuste.
Il problema è che questa pratica, spesso e volentieri rimane implicita e poco narrata.Va con l’educatore quando cambia turno. Non entra nelle consegne. Non si documenta. E soprattutto, non si insegna ai colleghi nuovi.
Concettualizzare lo scaffolding significa renderlo una pratica condivisa, replicabile, discussa in équipe. Significa poter dire: “Quello che ho fatto stamattina con X, quando l’ho aiutato a costruire la sua richiesta di uscita, si chiama così, funziona così, e ha queste basi teoriche.”
La voce come scaffolding: lo strumento narrativo
Ho costruito uno strumento ce mi ha portato a queste riflessioni e al desidero di condividerlo con tutta la comunità educante: uno strumento che sto usando con i ragazzi in comunità per accompagnarli a costruire le proprie richieste — uscite, permessi, richieste economiche, richiesta di parlare con un adulto.
Un dispositivo pedagogico strutturato su domande progressive, dal concreto all’astratto, dal fatto al significato personale. L’ho pensato tenendo in mente Bertolini e il suo “linguaggio delle cose concrete”, ma anche la psicologia narrativa di Bruner: narrarsi non è solo comunicare, è pensare. Organizzare. Dare senso.
E il feedback che mi ha dato più soddisfazione è arrivato da una ragazza di 15 anni che, dopo aver compilato il modulo, ha detto semplicemente: “che bello, scrivo.” Questo ci suggerisce che il bisogno di narrare è presente, ma sostituito dal furor del dire del rap. Proviamo a offrire loro strumenti che possano permettere di far emergere il loro parlato.
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