“Che bello, scrivo”: cosa succede quando è il ragazzo a scrivere la sua richiesta

“Che bello, scrivo”: cosa succede quando è il ragazzo a scrivere la sua richiesta

Tre mesi fa ho pubblicato uno strumento che rende praticabile una cosa di cui si parla molto e si documenta poco: l’ascolto del minore in comunità educativa.

L’ho costruito, l’ho messo online gratis, e ho chiesto a chi lo usava di dirmi com’era andata. Il primo a rispondere sono stato io, usandolo ogni giorno. Poi hanno cominciato i colleghi. Adesso, dopo un trimestre, è diventato parte della routine — e questo, per uno strumento, è il test più severo che esista: non piacere una volta, ma reggere all’uso quotidiano senza che nessuno lo abbandoni.

Provo a mettere in fila cosa ho imparato guardandolo funzionare.

La prima sorpresa: ai ragazzi piace scrivere

Spesso si pensa che i ragazzi in comunità rifiutino la scrittura o il lavoro al computer: è un pregiudizio che la realtà smentisce continuamente.

Di fronte a una richiesta personale e profonda, un ragazzo ha iniziato a usare uno strumento dedicato direttamente dal suo telefono. Ciò che lo ha conquistato non è stato solo poter esprimere il proprio bisogno, ma la qualità della forma: un’interfaccia pulita, ordinata, piacevole. Questo lo ha stimolato a prendersi il tempo di scegliere le parole giuste, di curare la struttura, di ringraziare.

C’è una forte intenzionalità pedagogica in questo processo: la cura passa inevitabilmente anche dalla forma e dai supporti che mettiamo a disposizione. Se chiediamo a un ragazzo di esprimersi su un foglio di carta strappato, gli stiamo dicendo, senza volerlo, che la sua richiesta vale quanto quel pezzo di carta. Mettergli a disposizione uno spazio dignitoso e curato, dove può stampare e firmare il proprio documento, gli dimostra che ciò che ha da dire ha un peso vero.

I ragazzi non sono indifferenti a questo: percepiscono la cura che c’è dietro e la riflettono nell’attenzione che mettono nel proprio scritto. Ci si prende cura di ciò che sentiamo abbia valore. Dare ai ragazzi uno strumento dignitoso è un modo indiretto ma efficace di dirgli che le loro richieste — e quindi loro — hanno valore.

È un filo che attraversa la pedagogia fenomenologica di Piero Bertolini. Già in Per una pedagogia del ragazzo difficile, e poi in modo più esplicito in Ragazzi difficili, scritto con Letizia Caronia nel 1993, l’educazione al bello e l’attenzione alla dimensione estetica sono parte costitutiva dell’intervento educativo. Il ragazzo che ha alle spalle storie di trascuratezza ha spesso vissuto in contesti in cui nulla era curato, in cui il brutto e il provvisorio erano la norma. Offrirgli esperienze di ordine, di cura, di forma è restituirgli l’idea che le cose — e lui tra le cose — possano essere trattate con attenzione. Lo strumento è anche questo: bello da vedere e bello da usare non per compiacere, ma perché la forma curata è già, di per sé, un messaggio educativo.

La seconda: la richiesta arriva in équipe in un altro modo

Questo è stato l’effetto più inatteso e, allo stesso tempo, più prezioso di tutto il percorso.

Prima dell’introduzione dello strumento, la richiesta di un ragazzo arrivava quasi sempre contratta, essenziale: “Voglio uscire domenica sera”. Cinque parole, nessuna argomentazione, nessun “perché”. Di fronte a questo, accadeva un cortocircuito educativo che solo oggi riesco a decifrare con chiarezza: la povertà della forma veniva scambiata per una mancanza di motivazione. Se un ragazzo non sapeva argomentare la propria domanda, l’adulto tendeva a concludere che quel bisogno non fosse profondo, o che non meritasse ascolto.

Esempi di rchiesta prima dell’inserimento dello strumento

In questo meccanismo risuona l’origine etimologica della parola infans — colui che non ha parola. Nella storia dell’educazione, chi non padroneggia la lingua rischia di non avere piena cittadinanza; pensiamo, anche, al caporalato…

Il ragazzo veniva giudicato inconsapevolemtne su un terreno linguistico che non gli apparteneva, derivante dalla sua storia e non dalla sua volontà: una distanza di alfabetizzazione che veniva scambiata per un’assenza di pensiero.

La nostra intenzionalità pedagogica si è mossa esattamente qui. Lo strumento digitale non sostituisce la voce del ragazzo, ma gli offre la struttura che gli mancava per abitarla. Attraverso domande guida, lo accompagna a ritrovare il proprio pensiero e a presentare la propria istanza nella forma più degna.

Quando quel documento — ordinato, motivato e firmato — arriva sul tavolo dell’équipe, la dinamica dell’ascolto cambia radicalmente. C’è un lavoro visibile del ragazzo che impone rispetto. Un conto è un report verbale in cui l’educatore riferisce che “il ragazzo vorrebbe uscire”; un altro è un foglio in cui il ragazzo spiega, con le sue parole, perché quel momento è importante per la sua vita.

È il ribaltamento di prospettiva che dà senso al nostro agire: il minore smette di essere l’oggetto su cui l’équipe decide e diventa il soggetto che interroga e chiede di essere ascoltato. Togliendogli quell’infanzia etimologica, lo strumento gli restituisce la dignità di un interlocutore che parla alla pari.

La terza: lo strumento fa emergere più di quello che chiede

e domande della struttura non servono solo a formulare la richiesta esplicita. Nel guidare il ragazzo dal fatto concreto al suo significato personale, capita spesso che venga a galla qualcosa che non era nella richiesta iniziale — un bisogno che stava sotto, e che nemmeno il ragazzo aveva messo a fuoco.

Uno chiede di poter fare una cosa, e scrivendo scopre che quello che gli serve davvero è un’altra. La richiesta di superficie era il modo che aveva trovato per avvicinarsi a un bisogno che non sapeva ancora nominare.

Questa è la funzione che va oltre il modulo. Non è uno strumento che raccoglie domande: è uno strumento che, nel farle formulare, aiuta a pensarle. È scaffolding nel senso proprio del termine — una struttura che sostiene un pensiero che il ragazzo, da solo, non riuscirebbe ancora a organizzare.

in un mio aritcolo che ha dato avvio a tutto il processo di costruzione dello strumento ho parlato proprio di questo.

Il filo che tiene tutto: il minore come soggetto, non come oggetto

Se cerco la cornice di senso che tiene insieme tutto questo, la trovo in un principio pedagogico che è, prima di tutto, un vincolo etico e normativo.

L’Articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sancisce il diritto del minore di esprimere liberamente la propria opinione su qualsiasi questione lo riguardi, con l’obbligo per gli adulti di prenderla in seria considerazione. Spesso, però, noi adulti cadiamo in una forma di cieca ignoranza: scambiamo l’ascolto per una concessione benevola, un atto di gentilezza che decidiamo noi se e come erogare. Non comprendiamo che un diritto dichiarato, ma privo di strumenti concreti per essere esercitato, è solo una promessa vuota.

Dire a un ragazzo “puoi dire la tua” è un’illusione se la sua voce per arrivare all’équipe ha sempre bisogno della mediazione — o del filtro — di un adulto. Quando il suo pensiero viene affidato solo alla memoria o alla sensibilità di un educatore, la sua opinione viene irrimediabilmente tradotta, sminuita o dimenticata. È la nostra incapacità di costruire dispositivi d’ascolto che smentisce nei fatti ciò che dichiariamo in teoria. Per questo che lotto, affinché anche loro possano vedere garantiti i loro diritti che attraverso il software diviene mezzo concreto per rendere quel diritto accessibile e praticabile.

Quando un ragazzo scrive la propria richiesta, la firma, la vede esaminata, e infine riceve una risposta motivata, accade un fatto educativo rivoluzionario. Sperimenta di non essere un soggetto passivo dentro un sistema che decide tutto per lui, ma di possedere una reale agency, un potere d’azione sulla propria vita. In un contesto deistituzionalizzato – per modo di dire – come quello della comunità, offrire questo spazio è un atto di giustizia che restituisce ai ragazzi l’esercizio effettivo dei loro diritti e a noi adulti il senso del nostro dovere.

Cosa mi ha insegnato, alla fine

Oggi questo orizzonte trova un banco di prova cruciale nell’avvento dell’intelligenza artificiale. Come ci ricorda il filosofo Luciano Floridi parlando della tecnologia come di un “progetto umano” e di una nuova forma di agency, la sfida non è subire il cambiamento o demonizzarlo, ma portarci all’altezza degli strumenti che creiamo. Gli strumenti digitali potenziati dall’IA si presentano così come preziosi alleati della relazione educativa solo se inseriti dentro una visione rigorosa e progettuale. Non sostituiscono l’incontro umano, ma offrono impalcature (scaffolding) per dare voce a chi spesso non sapeva come nominarla.

Attraverso la ricerca sul campo, la documentazione costante delle pratiche e l’aggiornamento continuo, le tre dimensioni chiave fin qui esplorate — la cura della forma, la valorizzazione dell’esperienza e la promozione dell’agency del minore — convergono verso un unico grande obiettivo: posizionare l’educatore come un professionista a tuttotondo.

In fondo, non è forse questo il senso più alto delle professioni di aiuto? Saper interrogare il presente, evolvere con gli strumenti del proprio tempo senza perdere il timone dell’etica e della responsabilità, per fare sempre del meglio e restituire ai ragazzi il pieno possesso della propria vita.

Lo strumento di cui parla questo articolo.
In prima persona — il modulo con cui un ragazzo scrive a parole sue la sua richiesta. Gratuito, funziona offline, non trasmette alcun dato.
Prova lo strumento →

Autore

  • Sono Alessandro Lupo, pedagogista. Lavoro a Parma nelle comunità educative per minori e qui raccolgo strumenti e riflessioni nati dal campo.

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Lupo Alessandro Educatore e Pedagogista
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