Nel rugby il terzo tempo è quello che viene dopo la partita. Le due squadre, che per ottanta minuti si sono affrontate senza risparmiarsi, mangiano insieme. Ci va chi ha vinto e ci va chi ha perso. Ci va anche chi è ancora arrabbiato. Non è il momento in cui si fa finta di niente: è il momento in cui, deposta la contesa, ci si guarda di nuovo da persone.
Finita la contesa, ci si guarda da persone. Questo strumento serve a costruire quello spazio.
Non stabilisce chi ha vinto. Accompagna due persone a raccontare che cosa è successo e ad ascoltare la versione dell’altra. Provalo qui sotto: le domande cambiano in base al conflitto.
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Perché “terzo tempo”
Il terzo tempo del rugby è una delle poche istituzioni sportive costruite non attorno alla vittoria, ma attorno a ciò che resta quando la partita è finita. È uno spazio terzo: fuori dal campo, dove per un’ora nessuno gioca in casa e nessuno è più avversario dell’altro.
È esattamente quello che serve a un conflitto tra due persone che continueranno a vivere sotto lo stesso tetto. Non la resa di uno o la pace forzata di entrambi — uno spazio dove deporre la contesa abbastanza a lungo da potersi ascoltare.
Per questo lo strumento non promette la riconciliazione, e non la impone mai. Nel rugby al terzo tempo ci va anche chi resta convinto di aver avuto ragione. Qui è lo stesso: si può restare di idea differente ma stare comunque nello stesso spazio.
Che cos’è e a chi serve
Terzo tempo accompagna due persone che vivono nello stesso posto a raccontare, separatamente, che cosa è successo — e poi a leggere il racconto dell’altra. Non stabilisce chi ha ragione, non calcola niente, non produce verdetti.
Chi conduce, il professionista, imposta il percorso in una pagina iniziale che i ragazzi non vedono. Poi ciascuno risponde a una domanda per schermata, con la possibilità di dire non lo so o preferisco non rispondere senza che il percorso si blocchi.
- Educatori in comunità educative, gruppi appartamento, comunità familiari
- Coordinatori che vogliono portare in équipe qualcosa valore aggiunto a ciò che si vive
- Insegnanti e operatori che lavorano su conflitti tra pari
- Chi si sta formando alla mediazione e cerca una traccia operativa
Funziona con ragazzi pre-adolescenti e adolescenti. Serve una persona adulta che conduca: non è uno strumento da lasciare in mano a due ragazzi che litigano.
Come funziona il percorso
Prima: si può fare?
Tre domande veloci a ciascuno, in privato: ti senti libero di dire quello che pensi, potresti dire di no, hai paura che parlare ti crei problemi. Se emergono segnali di timore, il percorso congiunto si ferma e lo strumento lo dice — senza formulare diagnosi e senza stabilire che ci sia prevaricazione. Indica solo che l’ordine giusto delle cose è un altro.
Poi: ciascuno per sé
Da undici a quindici schermate, una domanda per volta, a seconda della complessità del conflitto. Che cosa è successo, che cosa ti ha toccato, come l’hai vissuta, come pensi l’abbia vissuta l’altra persona, che cosa cercavi, che cosa vedi diversamente oggi, che cosa ti servirebbe adesso.
Infine: il terzo tempo
I due racconti compaiono affiancati, in una mappa che mostra solo le parti che hanno un contenuto. Un conflitto semplice produce cinque o sei riquadri, uno complesso undici.
E dopo
Si stampa. Il documento contiene i due racconti, i punti in comune, quelli aperti, gli impegni di ciascuno e lo spazio per la verifica, da riprendere insieme dopo qualche settimana.
Il confronto che fa il lavoro
C’è un passaggio, nella parte finale, che è la ragione per cui questo strumento esiste. Mette a confronto due cose:
quello che io immagino tu abbia vissuto — e quello che tu dici di aver vissuto.
Affiancate, senza commento. Quasi sempre lì si scopre di aver immaginato male: di aver attribuito all’altro un’intenzione che non c’era, o di non aver visto qualcosa che per l’altro pesava moltissimo.
Quella distanza è tutto il lavoro della mediazione, e normalmente non viene mai documentata: resta nella testa di chi conduce e se ne va con lui a fine turno.
Le scelte pedagogiche
Nessuno viene portato a confessare
Alla domanda pensi che qualcosa che hai fatto abbia toccato l’altra persona? si può rispondere no. In quel caso le domande sulla responsabilità non compaiono affatto. Un riconoscimento ottenuto per stanchezza non è un riconoscimento.
La riparazione la propongono loro
Lo strumento non suggerisce mai le scuse. Scuse decise dall’adulto non riparano: sanzionano. E tiene separate due domande che spesso vengono confuse: che cosa servirebbe a me e che cosa sono disposto a fare io.
Gli impegni non sono simmetrici
Ciascuno scrive i propri, e non devono essere né uguali né in pari numero. Non tutti i conflitti sono simmetrici. Se una sola persona si impegna, lo strumento lo segnala invece di nasconderlo.
Non tutti i conflitti finiscono in accordo
Tra le risposte possibili ci sono mi servirebbe più distanza e vorrei che se ne occupasse un educatore. Sono esiti legittimi: in quel caso la parte sugli accordi non compare. Al terzo tempo ci si va anche senza aver fatto pace.
C’è un campo per quello che non dipende da loro
Una regola della casa, un orario, una decisione sui tempi di permanenza. Se due ragazzi si litigano addosso una scelta degli adulti, chiedere loro di trovarci un accordo significa chiedergli di riparare qualcosa che hanno subito. Quel pezzo esce dall’accordo ed entra in una sezione a parte, destinata all’équipe.
Quello che non si media
Dove c’è squilibrio di potere non c’è un conflitto: c’è qualcuno che subisce. Bullismo, condotte reiterate a senso unico, situazioni in cui una persona ha paura dell’altra non si trattano con questo strumento. Lo stesso vale per confini personali violati e contatto fisico: quella parte riguarda la protezione e le regole della struttura.
La traccia per chi conduce
Sotto ogni domanda c’è un pannello richiudibile con due righe: cosa fare qui e cosa evitare. Non è per i ragazzi: è per l’adulto.
Qualche esempio:
- Non chiedere “chi ha cominciato” e non correggere l’ordine dei fatti: è il suo racconto, non un verbale.
- Non dire “ne abbiamo già parlato”. Suona come: non dovresti essere ancora qui con questo.
- Non elencare emozioni: le sceglierebbe dalla tua lista invece che dalla sua.
- Non spingere verso l’accordo perché il tempo è finito.
Il sapere di un educatore esperto sta quasi tutto in cose che non entrano nelle consegne: quando non fare una domanda, quando aspettare il silenzio, quando accettare un non lo so. Se ne va con lui quando cambia turno. Scriverlo accanto alle domande è un modo per farlo restare. Si nasconde dalla pagina di preparazione, quando si lavora davanti allo stesso schermo del ragazzo.
Domande frequenti
I dati dei ragazzi finiscono da qualche parte?
No. Lo strumento funziona interamente nel browser: nessun server, nessun account, nessuna trasmissione. Quello che viene scritto resta sul dispositivo e sul file che salvate voi. L’ente resta titolare del trattamento dei dati contenuti nel documento.
Serve internet?
No. Si scarica e si usa offline, anche da chiavetta.
Si può interrompere e riprendere?
Sì. Il pulsante Salva produce un file che, riaperto, contiene esattamente quello che era stato scritto — comprese le risposte della prima persona quando si passa alla seconda.
Si può usare in una messa alla prova o in un percorso di giustizia riparativa?
Attenzione: quello che si fa in comunità non è un programma di giustizia riparativa in senso tecnico. I programmi disciplinati dalla Riforma Cartabia hanno presupposti, garanzie e operatori specifici. Questo è uno strumento educativo che si ispira a quei principi. Prima di usarlo in un contesto giudiziario, valutalo con chi segue il caso.
E se dal racconto emerge qualcosa di grave?
Lo strumento non analizza e non segnala automaticamente niente: non è un sistema diagnostico. Si applicano le procedure della struttura, come se fosse emerso in un colloquio.
Posso adattarlo al mio servizio?
Sì. Vedi la licenza qui sotto.
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Terzo tempo — © 2026 Alessandro Lupo, educatore professionale socio-pedagogico e pedagogista — Licenza CC BY-NC-SA 4.0
