A che ora devono rientrare gli adolescenti?
Un caso di comunità, tra ricerca e fenomenologia dell’educare
A che ora è troppo tardi? Cominciamo dai numeri
Che ora è, per un’adolescente, troppo tardi? Proviamo a rispondere con i dati — italiani ed europei, incrociati tra loro — perché prima di raccontare cosa è successo nell’équipe educativa della mia comunità una sera di questa estate, credo sia onesto fermarsi a guardare cosa dicono le rilevazioni sulle abitudini serali dei nostri ragazzi, su chi percepisce il pericolo e quanto, e su come il genere continui silenziosamente a scrivere regole diverse — per gli adolescenti, ma anche per gli adulti che li circondano.
Partiamo dal dato più scomodo, perché arriva da una fonte che lascia poco spazio all’opinione. Il Global Safety Report 2025 di Gallup, pubblicato lo scorso ottobre su un campione di oltre 145.000 adulti in 144 Paesi, colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa per percezione di sicurezza: appena il 60% degli italiani dichiara di sentirsi sicuro camminando da solo di notte nella propria zona — peggio persino dell’Ucraina in guerra (62%). Ma per chi lavora con adolescenti è il divario interno a dover suonare come un campanello d’allarme: l’Italia ha anche il gap di genere più ampio di tutta Europa, 32 punti percentuali tra la sicurezza percepita dagli uomini (76%) e quella delle donne (44%). Se un’intera società adulta vive uno scarto di percezione di questa ampiezza, non stupisce che quello scarto si trasmetta, amplificato, ai minori di cui quella società si prende cura — dentro e fuori le comunità educative.
Lo stesso report, però, contiene una notizia scomoda anche per la nostra lettura istintiva del pericolo: il 56% degli omicidi con vittima donna è commesso da un partner o un familiare, contro l’11% quando la vittima è un uomo. Il rischio più grave per una ragazza, statisticamente, non abita quasi mai nella strada buia dell’una e trenta di notte: abita più spesso dentro le relazioni che crede di conoscere già. Non è un dato che riduce di un grammo il dovere di vigilanza di una comunità educativa — ma dovrebbe farci sospettare di noi stessi, quando la nostra paura si concentra tutta sull’esterno e sull’orologio, e non sulla qualità delle relazioni che una ragazza sta effettivamente costruendo.
Sul fronte specificamente italiano, la rilevazione Istat sulla percezione della sicurezza (2022-2023) restituisce una fotografia coerente con quella di Gallup, e più precisa per fascia d’età. Sul totale della popolazione, le donne hanno il doppio delle probabilità degli uomini di sentirsi insicure quando escono da sole di sera (16,4% contro 7,4%). Ma è scomponendo il dato per età che la fotografia si fa più utile al nostro lavoro: è proprio nella fascia 14-24 anni, la più vicina all’età della ragazza di cui parlerò tra poco, che il divario di genere tocca il suo picco assoluto in tutta la serie storica dell’indagine. In quella fascia, quasi una ragazza su quattro (24,8%) si sente poco o per niente sicura camminando da sola al buio nella propria zona — o rinuncia del tutto a uscire per questo motivo — contro appena il 6,9% dei coetanei maschi. Dopo i 24 anni, sorprendentemente, quel divario si restringe: è proprio l’adolescenza il momento in cui la percezione del rischio si divarica di più tra i generi.
Su un punto, va detto con onestà, il materiale a disposizione è più datato di quanto vorrei: un’indagine Eurispes-Telefono Azzurro di quasi vent’anni fa (l’ottavo Rapporto Nazionale sull’infanzia e l’adolescenza, 2007-2008) rilevava che il 57,6% degli adolescenti italiani aveva già autonomia sugli orari di rientro. Non è un dato “di oggi”, ed è meglio dirlo apertamente invece di spacciarlo per recente — ma proprio per questo resta interessante: significa che l’autonomia serale diffusa tra adolescenti non è un’emergenza dell’ultima ora né una moda post-pandemia, è una traiettoria che l’Italia percorre da almeno due decenni.
Dove abita il rischio, davvero
Allargando lo sguardo all’Europa nel suo complesso — non solo agli adulti, ma agli adolescenti stessi — il quadro si arricchisce di una sfumatura che nessuno, in équipe, aveva considerato. Lo studio internazionale HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), la più grande rilevazione comparata al mondo su questa fascia d’età — oltre 280.000 adolescenti in 44 Paesi, coordinata dall’OMS Europa — segnala nel suo ultimo ciclo (rilevazione 2021-2022, pubblicata nel 2024) che il 28% delle quindicenni europee dichiara di sentirsi sola “quasi sempre o sempre”, contro il 13% dei coetanei maschi: un divario che si allarga, non si restringe, con l’età. Le ragazze, insomma, non sono soltanto più sorvegliate: sono anche, misurabilmente, più sole.
E sul drink al bar — il dettaglio che ha acceso la discussione in équipe — i dati europei più recenti rovesciano l’intuizione di partenza. L’ultimo ciclo ESPAD (37 Paesi europei, rilevazione 2024, pubblicata a maggio 2025 dal CNR-IFC insieme all’Agenzia dell’Unione Europea sulle Droghe) certifica che il divario di genere nel consumo di alcol tra adolescenti si è chiuso, e in alcuni indicatori si è invertito: a livello europeo il 59% delle quindicenni ha provato alcolici almeno una volta nella vita, contro il 56% dei coetanei maschi. In Italia — dove il consumo di alcol nell’ultimo anno riguarda il 76% degli studenti delle superiori (ESPAD Italia 2024, CNR-IFC), un dato sopra la media europea per diffusione (80% lifetime contro il 73% europeo) ma sotto la media per binge drinking (26% contro il 30% europeo) — la stessa indagine nazionale mostra che l’uso di psicofarmaci senza prescrizione è quasi doppio tra le ragazze (16%) rispetto ai ragazzi (7,5%): un divario perfino più marcato di quello medio europeo (16% contro 11%). Il drink al bar della ragazza del nostro caso, insomma, non è solo un’esperienza statisticamente probabile: se dovessimo scommettere sul genere di chi, tra due coetanei, l’avesse fatto, i dati europei direbbero — leggermente — lei.
Genitori più attenti con le figlie?
Resta un ultimo filo, quello della ricerca psicologica sulla genitorialità, che risponde direttamente alla domanda che la nostra équipe non si è posta. La letteratura internazionale sul parental monitoring — sintetizzata nella rassegna di Racz e McMahon (2011) — conferma un pattern che attraversa culture diverse: le ragazze sono monitorate più dei ragazzi, e i genitori sanno di più su dove si trovano le figlie rispetto a dove si trovano i figli. È però un’asimmetria specifica, non generale, ed è onesto dirlo: una meta-analisi più recente su 126 studi osservativi (Endendijk e colleghi, 2016) non trova differenze sistematiche nello stile complessivo di controllo genitoriale tra maschi e femmine. La differenza, cioè, non sta nel “quanto” si educa un figlio o una figlia — sta specificamente nel “quanto si vuole sapere dove si trova”: esattamente il terreno su cui si è giocato il nostro caso.
Seguendo questo fil rouge – che unisce un’Italia prima in Europa per divario di genere nella percezione del pericolo, una ormai consolidata autonomia serale degli adolescenti, un rischio “da bar” che i dati europei mostrano diventato paritario o addirittura a svantaggio delle ragazze, e una ricerca psicologica che conferma un controllo genitoriale asimmetrico più incentrato sul “dove sei” che sull’approccio educativo generale – possiamo ora tornare all’episodio specifico che ha coinvolto la nostra équipe educativa.
Guardiamo il divario
La paura si concentra sulla strada, di notte. I dati indicano un’altra geografia del rischio.
Le figlie sono monitorate più dei figli
Una rassegna della letteratura internazionale sul parental monitoring conferma un pattern che attraversa culture diverse: i genitori sanno di più su dove si trovano le figlie rispetto a dove si trovano i figli.
Racz S.J., McMahon R.J. (2011), Clinical Child and Family Psychology ReviewMa non nello stile educativo generale
Una meta-analisi su 126 studi osservativi non trova differenze sistematiche nel controllo genitoriale complessivo tra maschi e femmine. L’asimmetria riguarda specificamente il “sapere dove sei” — non il “quanto sei educato”.
Endendijk J.J. et al. (2016), PLOS ONEUna sera fuori: cosa è successo davvero
Una sedicenne della comunità chiede di andare a dormire da un’amica, per il weekend. La madre dell’amica accetta di ospitarla. Fin qui, la prassi consueta: una richiesta di autonomia sociale, legittima e persino auspicabile per una ragazza che vive fuori dalla propria famiglia d’origine e ha bisogno — più di altre — di costruirsi legami “normali” fuori dal perimetro istituzionale.
Quello che nessuno aveva previsto era il modo in cui lì équipe lo avrebbe saputo: non da un resoconto della ragazza, non da una telefonata della madre ospitante, ma per caso. Una collega, quella sera, è in giro e la incrocia fuori: la ragazza resta fuori fino all’una e trenta, in un bar beve qualcosa. Il lunedì la collega riporta l’episodio in équipe, e la cosa fa un certo scalpore — non tanto, a ben guardare, per l’ora, quanto perché la ragazza non aveva detto a nessuno che sarebbe uscita.
Ho sentito il bisogno, in quel momento, di fermare la discussione con una domanda che mi sembrava — e mi sembra ancora — elementare: se una ragazza va a dormire a casa di un’amica, non è normale che esca con lei per un po’?
Il giudizio rapido è un verdetto: chiude la questione invece di aprirla. E la chiude esattamente nel punto in cui un’équipe educativa avrebbe, in teoria, tutti gli strumenti per fare l’opposto.
Étienne Wenger, nel suo lavoro sulle comunità di pratica (1998), descrive cosa rende un gruppo di professionisti qualcosa in più della somma dei singoli: un impegno reciproco autentico — non la semplice compresenza nella stessa stanza — un’impresa comune negoziata insieme orchestrata di parole, storie, modi di guardare i ragazzi, costruito nel tempo. Un’équipe educativa, quando funziona davvero, è una piccola comunità di pratica proprio in questo senso: un luogo che impara attraverso la narrazione condivisa dei casi, la consapevolezza dei propri automatismi, il sapere che si va a cercare quando manca, la curiosità che chiede “perché” prima di chiedere “chi ha sbagliato”.
Il “vuoto” di cui parlavo — l’assenza di un accordo esplicito sul come, non solo sul dove — dovrebbe essere il punto esatto in cui un’équipe scopre, quel giorno, se sta funzionando come comunità di pratica o solo come la sua controfigura di superficie, pronta a richiudersi in fretta su un giudizio morale quando mancano il tempo o il metodo per la riflessione; sappiamo benissimo quanto poco tempo dedichiamo alla riflessività. Sui iudices dicevano i latini…
E non è una questione di colpe individuali: è quello che succede, credo, a qualunque gruppo di lavoro non abbia ancora costruito lo spazio per fare diversamente. La domanda utile non è chi ha giudicato in fretta, ma: cosa serve, concretamente, perché un’équipe resti comunità di pratica anche nei cinque minuti in cui la stanchezza spingerebbe verso un’euristica che non porta a nulla?
Proviamo allora a fare, sul caso specifico, il lavoro di sapere e di curiosità che una comunità di pratica dovrebbe potersi permettere. Il giudizio rapido sposta l’attenzione dalla struttura — le regole che avevamo, o non avevamo, definito — alla condotta della ragazza: un movimento che si ripete ogni volta che un’équipe fatica a trovare il tempo, o il metodo, per distinguere tra un comportamento da correggere e un vuoto normativo da colmare.
Proviamo a guardarla diversamente. La ragazza non ha violato un divieto esplicito: le era stato chiesto “dove” andare (a dormire da un’amica), non “come” gestire il tempo intermedio. Ha semplicemente riempito, con gli standard dei suoi coetanei — quegli stessi standard che, lo abbiamo visto con i dati, più recenti mostrano ormai non distinguersi granché per genere.
cco una riscrittura che integra questo passaggio cruciale: la funzione di tutela e protezione che vi compete, ma letta rigorosamente attraverso gli occhi dell’adolescente e la sua percezione del mondo.
Anche il rimprovero specifico — non averci detto che sarebbe uscita — regge fino a un certo punto, se ci si ferma a chiedersi cosa avrebbe dovuto comportare in pratica. Quale forma di comunicazione ci saremmo aspettati, esattamente? Un messaggio a metà serata per chiedere il permesso di uscire con l’amica che la ospitava? È una richiesta che raramente facciamo a un’adolescente in visita da qualcun altro, ed è ragionevole sospettare che fosse anche questa un’aspettativa implicita, mai dichiarata prima.
È vero: non siamo i loro genitori, e pur mantenendo salda una funzione di tutela inderogabile, dobbiamo fare i conti con un dato di realtà: per un sedicenne, il nostro perimetro d’azione rientra sempre e comunque all’interno della sua personale visione del mondo e degli adulti. Pretendere di avere punti di riferimento rigidi e costanti su ogni loro movimento, a quest’età e con il nostro ruolo, è oggettivamente troppo. Quella pretesa non era un’aggravante a carico della ragazza, ma l’ennesima faccia dello stesso vuoto comunicativo.
Sul piano giuridico, del resto, nel momento in cui la madre dell’amica ha accettato di ospitarla, si è perfezionato un affidamento di fatto – in culpa vigilando – e con esso un trasferimento temporaneo del dovere di vigilanza (artt. 2047-2048 c.c.). Inoltre, non esiste una norma che imponga un coprifuoco ai sedicenni: il limite orario appartiene alla sfera della responsabilità educativa concordata, non a un obbligo di legge. E persino il drink al bar, se alcolico, configura eventualmente una responsabilità di chi lo ha servito (art. 689 c.p.), non un illecito della ragazza: rientra, semmai, in quelle condotte adolescenziali “a rischio moderato” che — lo abbiamo visto — riguardano la maggioranza dei suoi coetanei, non un’eccezione da stigmatizzare.
La domanda che non ci siamo fatti
Se un’autonomia serale diffusa è, come abbiamo visto, una tendenza che l’Italia percorre da vent’anni, e se le ragazze — a differenza dei maschi, e con lo scarto di genere più ampio d’Europa — imparano fin da piccole a percepire la sera come uno spazio a rischio anziché di libertà, allora la vera domanda che avremmo dovuto porci in équipe non era “perché si è comportata così”.
Gli interrogativi che si aprivano erano ben altri:
- Che rapporto avevamo costruito, prima di quella sera, tra il suo bisogno di autonomia — legittimo e statisticamente ordinario — e la nostra responsabilità di tutela?
- Avevamo reso esplicito, nel suo Progetto Educativo Individualizzato o in un accordo verbale, un orario massimo per le uscite fuori sede con pernotto?
- O avevamo delegato tacitamente quella responsabilità alla famiglia ospitante, senza esplicitarlo né a lei né a noi stessi?
Oppure — ed è qui il nodo cruciale — ci siamo scontrati con una paura implicita e latente di noi adulti? Una paura legata alle nostre responsabilità e a quelle rappresentazioni degli adolescenti che continuiamo a perpetuare, rivelandoci in fondo incapaci di tollerare, comprendere e giudicare con lucidità il loro tempo libero?
C’è poi una domanda più scomoda, che riguarda qualunque équipe prima ancora che quella specifica: quanto della fretta con cui si arriva a un verdetto — “è troppo tardi” — è l’eco di quello stesso doppio standard che i dati Istat e Gallup fotografano negli adulti italiani? La stessa ora, la stessa uscita, avrebbero prodotto la stessa sorpresa se a tornare alle 1:30 fosse stato un ragazzo? Non è una domanda per assolvere o condannare: vale la pena farsela perché nessuna équipe è immune da un pregiudizio che attraversa l’intera società in cui è immersa — lo si intercetta solo se si è costruito, prima, lo spazio per accorgersene insieme.
Un accordo
Il colloquio che ne è seguito con la ragazza non ha avuto la forma di un processo, ma di un lavoro sul suo PEI: non “perché l’hai fatto” ma “come possiamo, insieme, trovare un accordo tra il tuo bisogno di autonomia e la nostra necessità di saperti al sicuro”. È un movimento che assomiglia molto a quello che Bertolini chiamava la dimensione della reciprocità — dove l’educatore non sta di fronte al minore per giudicarlo, ma accanto a lui per comprendere insieme il senso di ciò che è accaduto.
Per farlo, tuttavia, l’équipe ha dovuto compiere esattamente quel passaggio che Donald Schön in The Reflective Practitioner descrive come la rottura di un automatismo: il giudizio immediato generato da quel sapere in azione che diamo per scontato, la prestazione professionale che sappiamo eseguire senza saperla del tutto spiegare. Di fronte alla trasgressione, la reazione spontanea era scattare sul “verdetto”. Ma quel lunedì un imprevisto ha scardinato lo schema: il disagio verso una regola implicita che non convinceva ha acceso quella che Schön chiama riflessione in azione, una conversazione riflessiva con la situazione mentre era ancora in corso, fermandosi a porre una domanda elementare prima ancora di avere una teoria in tasca.
Del resto, non potevamo ignorare il bisogno profondo e latente dei sedicenni di uscire, di cercare svago e di sperimentarsi in una dimensione che sia anche intima e inevitabilmente trasgressiva. Dopotutto, ci troviamo a guidare un’istituzione che si definisce deistitunzionalizzante: come può una comunità educativa impedire o negare una spinta così costitutiva e vitale per l’adolescenza?
È da questa consapevolezza — emersa proprio sporcandosi le mani nel vivo del problema — che in sede di équipe la vera restituzione non si è tradotta in una sanzione, ma nella revisione di una prassi operativa. Quando autorizziamo un’uscita con pernottamento presso terzi, il patto non può più riguardare solo il dove, ma deve includere il come: orari, modalità di contatto, condivisione esplicita con l’adulto ospitante. Non per restringere quella libertà che i dati ci dicono essere da tempo la norma tra i sedicenni italiani, ma per renderla — quella libertà — uno spazio dichiarato e protetto, e non un vuoto che qualcuno, prima o poi, avrebbe comunque dovuto riempire.
cui prodest? il limite dell’adulto, la spinta dell’adolescente
Sullo sfondo di tutto questo si muove una tensione, da un lato ci sono i limiti dell’adulto: non soltanto le regole che poniamo, ma il confine invalicabile della nostra possibilità di prevedere e controllare l’esistenza altrui. Energie sprecate. Dall’altro c’è la generatività dell’adolescente: quella spinta vitale a costruirsi attraverso la sperimentazione che la fenomenologia ci ha insegnato a leggere non come una devianza da correggere, ma come il modo — spesso scomodo per chi protegge — in cui un ragazzo si fa esistenza, si fa vivo e si fa individuo.
Uscire dall’impasse smettiamo di chiederci quale dei due poli debba prevalere sull’altro, e iniziamo a domandarci come un’équipe possa tenerli insieme — nella narrazione, nel sapere condiviso, nella consapevolezza — invece di sacrificarne uno per quieto vivere o per proteggersi dall’imprevedibile.
Resta infine una domanda aperta, che non pretende risposte definitive: quanto delle nostre “regole di comunità” nasce davvero dall’ascolto autentico di chi accompagniamo, e quanto invece riproduce, in modo inconsapevole, oltre ad altre questioni che affronteremo nelle pagine di questo sito, quelle stesse asimmetrie di genere che i dati italiani ed europei inchiodano nel resto della società?
È qui che il cerchio si chiude, trovando il suo compimento naturale in quell’ultimo livello descritto da Schön che è la riflessione sull’azione: il ritorno a mente fredda, con i dati alla mano e attraverso questo articolo, su un episodio già chiuso per restituirgli senso. Un’équipe può accogliere questo interrogativo solo se accetta di essere, ogni volta che si siede intorno a un tavolo, una comunità di pratica disposta a mettersi in discussione, e non un collegio che, di fronte all’ennesimo caso, si limita a emettere il verdetto più rassicurante e a portata di mano. È questo esercizio a costruire il repertorio con cui, la prossima volta, sapremo reggere — in azione e in tempo reale — la tensione tra il limite che poniamo e la generatività dei nostri ragazzi che accompagniamo verso il loro futuro.
