L’Atteggiamento Entropatico con i Ragazzi Difficili: l’esperienza al CAG Esprit

Illustrazione di Maria Chiara Filippi

L’Atteggiamento Entropatico con i Ragazzi Difficili: l’esperienza al CAG Esprit

Riflessioni emerse durante il tirocinio formativo svolto presso l’Università nel 2018 presso il Centro di Aggregazione Giovanile “Esprit” di Parma

Al CAG Esprit c’è posto per l’educazione. Non quella trasmissiva, frontale, scolastica — ma quella fatta di relazioni intersoggettive, di incontro e dialogo, di crescita e ricerca di senso. L’educando è il protagonista, e gli educatori sono per i ragazzi dei sostegni: figure che permettono ai giovani di comprendersi, di avere percezione delle proprie abilità, di far fronte al caos adolescenziale che è tutto da decifrare.

Il centro offre attività con cadenza settimanale: spazio studio, laboratorio di cucina, laboratorio di teatro, laboratorio di Capoeira e, nei momenti destrutturati, giochi da tavolo e cineforum. Ma quello che mi ha colpito fin dall’inizio è la sensibilità al cambiamento socioculturale: sono stati pensati percorsi di inclusione anche per le categorie di ragazzi che rischiano di essere marginalizzati — minori non accompagnati, minori vittime di tratta, rifugiati.

Cosa significa Atteggiamento Entropatico in Pedagogia?

In diversi articoli ho parlato di quanto fosse importante, nella mia esperienza, lo sguardo dell’adulto. La mia era ancora una generazione che aveva una categoria residuale di genitori che usavano l’autorità come strumento educativo, in tutte le sue forme. Negli anni ho scoperto la necessità di essere visto e ascoltato, soprattutto come adolescente. Durante il tirocinio ho avuto la fortuna di incontrare E., perché fino ad allora la mia esperienza di vita rimaneva tale senza subire alcuna trasformazione. Non affrontavo le questioni, non volevo guardare in faccia l’adolescente che ero stato e che mi si era parato davanti.
La mia biografia mi ha portato a entrare in relazione con E., 14 anni. Con lui ho cercato di costruire esattamente questa forma di relazione. Non ho trovato difficoltà nell’applicare lo stile entropatico: mi sono presentato a lui come un ragazzo disponibile a parlare, senza giudizi, fino a riuscire a creare un rapporto di fiducia, interesse e stima. Il rap è stato il pane con il quale abbiamo condiviso il primo passo: ho cominciato a condividere storie del mio passato, e lui del suo presente. Ho ritenuto necessario credere in questo passaggio affinché in lui crescesse la fiducia di poter raccontare a me la sua esperienza — e su quella esperienza andare poi a lavorare. Un’esperienza ricca che merita, oltre alle orecchie, il cuore.

Piero Bertolini e la visione del mondo del ragazzo difficile


I ragazzi difficili condividono un denominatore comune: rappresentano la diversità, in quanto portatori di modelli di comportamento ritenuti inaccettabili dalla società di appartenenza. Potrebbero definirsi, sociologicamente, degli outsider, o devianti. In pedagogia, soprattutto nelle opere di Piero Bertolini, il comportamento deviante è una forma di agire comunicativo: il ragazzo esprime determinati schemi comportamentali che sono il frutto della propria visione del mondo, causata ovviamente da sofferenze, abusi o comunque esperienze traumatiche legate soprattutto alla fragilità della relazione in famiglia.
Fenomenologicamente: «il mondo offre dei pretesti su cui il soggetto costruisce dei testi». Il ragazzo difficile, incapace di trasformare la realtà che lo circonda, a causa di un contesto socioeconomico poco favorevole rimane limitato a una visione del mondo che contrasta con qualunque prospettiva positiva.
Ritornando all‘atteggiamento entropatico — ovvero uno stile educativo composto da atteggiamenti dell’adulto che mirano alla ricostruzione e all’interpretazione del soggetto al fine di cogliere la sua visione del mondo — se un minore ha i genitori separati, l’educatore dovrà comprendere quale significato ha quella separazione nella sua vita e nella sua storia presente. Non è un dato di fatto: diviene un fenomeno, e noi abbiamo il compito di comprenderlo. Dove? Nella relazione educativa.
Nella pratica, quindi, significa non giudicare e rapportarsi con il ragazzo spogliandosi delle proprie certezze, del proprio modo di pensare. «La comprensione acuisce l’osservazione», scrive Bertolini in Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento, scritto insieme aLetizia Carona. Credo fortemente che questo sia il primo vero esercizio di consapevolezza che un adulto — educatore, insegnante — deve porsi per poter costruire la relazione educativa. È la condizione zero: senza di esso non se ne fa nulla.

Atteggiamento Entropatico e fasi della relazione educativa

L’atteggiamento entropatico

01

Sospendere il giudizio

Sgombrarsi da pregiudizi

→

02

Cogliere la visione del mondo

Capire cosa le esperienze hanno significato per lui

→

03

Costruire la relazione educativa

Mettersi in gioco come tecnico dell’intenzionalità

→

04

Destrutturare e dilatare

Destrutturare la visione del mondo e allargare il campo di esperienza

Quello che resta

Purtroppo il tempo a disposizione era poco e non sono riuscito a portare un’evoluzione a quello che è soltanto un primo processo della relazione educativa. Quell’incontro, però, mi ha seminato dentro un fuoco che mi ha portato a sviluppare le pratiche educative attraverso il linguaggio delle cose concrete e a sistematizzare tali pratiche nel sapere pedagogico individuato in Piero Bertolini. Studiando e vivendo ho compreso che l’approccio entropatico è un modo di stare nel rapporto educativo e diviene necessariamente anche un modo di stare al mondo. Un mondo fenomenico da osservare e sperimentare, senza etichette e senza confezioni. Quello che il filosofo Husserl chiamava epoché  definendola come l’atto di mettere da parte, o “tra parentesi”, le certezze del “mondo già dato” per studiare i fenomeni nella loro essenza pura.

Questo ragazzo mi ha insegnato che dietro ogni comportamento difficile c’è una visione del mondo che chiede di essere ascoltata e percepita, non esclusa, corretta e sanzionata — non nel mio modo di fare educazione, almeno. Ma che possa essere abbracciata, ascoltata e rispettata. Questo, almeno, è il mio modo di fare educazione.

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Lupo Alessandro Educatore e Pedagogista
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