III Indagine Maltrattamento Minori 2025: i dati e cosa ci dicono

Mariachiara Filippi_2026

III Indagine Maltrattamento Minori 2025: i dati e cosa ci dicono

Nel 2025 è stata pubblicata la III Indagine Nazionale sul Maltrattamento dei Bambini e degli Adolescenti in Italia, promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA), realizzata da CISMAI e Fondazione Terre des Hommes con il supporto metodologico di ISTAT. Si tratta — senza esagerare — del documento più solido e completo che il nostro Paese abbia mai prodotto su questo tema. Un punto di svolta.

Come educatore che lavora quotidianamente con ragazzi in comunità, e come pedagogista che si interroga sul senso del proprio agire educativo, questi numeri sono le biografie di individui che ho incontrato, di storie che conosco, di percorsi che ancora si stanno costruendo.

Voglio condividere cuna lettura ragionata dei dati più rilevanti per chi, come me — e forse come te — lavora nella tutela minori, nelle comunità educative, nei servizi sociali territoriali.

I numeri che fanno riflettere

Al 31 dicembre 2023 risultano in carico ai Servizi Sociali 374.310 minorenni, pari a 42 ogni 1.000 residenti minorenni in Italia. Di questi, 113.892 sono presi in carico specificamente per una forma di maltrattamento: il 30,4% del totale. Nel 2018 questa percentuale era al 19,3%. In cinque anni, un aumento del 58%.

Tradotto in numeri nazionali: si passa da 9 a 13 minorenni ogni 1.000 residenti vittime di maltrattamento riconosciuto.

2023

In carico ai SS

374.310

42 ogni 1.000 residenti

+58% dal 2018

Vittime maltrattamento

113.892

13 ogni 1.000 residenti

% in carico per maltrattamento

30,4%

Era 19,3% nel 2018

dato stabile

Maltrattante in famiglia

87%

dei casi rilevati


È un dato che impone una domanda seria: stiamo diventando più bravi a vedere, o c’è davvero più sofferenza? Probabilmente entrambe le cose. Da un lato una maggiore sensibilità dei servizi e investimenti in zone prima quasi scoperte (il Sud Italia ha raddoppiato i casi rilevati, +100%); dall’altro il peso di anni di crisi economica, impoverimento educativo, solitudine genitoriale, effetti post-pandemici sulle famiglie.

Le forme di maltrattamento: cosa vediamo davvero

La classificazione usata nell’Indagine segue gli standard dell’OMS, e per la prima volta in Italia il Neglect è stato articolato nelle sue tre dimensioni. È la forma di maltrattamento più frequente: 37% dei casi totali.

  • Neglect educativo: 17% — la forma più diffusa, quella in cui un bambino non viene supportato nel percorso scolastico o formativo;
  • Neglect emozionale: 10% — l’assenza di cure emotive adeguate all’età evolutiva;
  • Neglect fisico: 10% — inadeguatezza di cure di base (alimentazione, igiene, vestiario);

Cosa è il Neglet? Esso può essere definito come una mancanza di sufficiente responsabilità e protezione nei confronti del bambino e di attenzione verso i suoi bisogni

Segue la violenza assistita con il 34%: uno su tre dei bambini maltrattati ha vissuto — direttamente o indirettamente — episodi di violenza in famiglia. Non è vittima “di rimbalzo”: è vittima. Il cervello di un bambino che cresce in un ambiente dove la violenza è presente non distingue se il corpo colpito è il suo o quello della madre.

La violenza psicologica incide per il 12%, il maltrattamento fisico per l’11%. L’abuso sessuale rappresenta il 2% dei casi rilevati — ma è una percentuale da leggere con cautela: è la forma più difficile da intercettare, spesso arriva direttamente per via giudiziaria senza passare dai servizi sociali. Nella mia esperienza professionale ho visto applicare la L.69/2019 ben due volte e nell’ultimo anno solare.

Infografica interattiva sui dati della III Indagine Nazionale sul Maltrattamento dei Bambini e degli Adolescenti in Italia (2023)

Tipologie di maltrattamento (% sul totale vittime)

Neglect/Trascuratezza 37% Violenza assistita 34% Violenza psicologica 12% Maltrattamento fisico 11% Altro 6%

Fonte: III Indagine Nazionale sul Maltrattamento dei Bambini e degli Adolescenti in Italia — AGIA/CISMAI/Terre des Hommes, 2025. Dati al 31.12.2023.

L’87% del maltrattamento avviene in famiglia

Questo è il dato che — lavorando in comunità — sento come più urgente da metabolizzare. Nell’87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia familiare ristretta. La casa non è sempre il luogo sicuro che dovrebbe essere.

Non si tratta di puntare il dito contro le famiglie in quanto tali, ma di riconoscere una realtà oggettiva: molti nuclei familiari oggi sono esausti, isolati e privi di quelle reti di supporto necessarie per affrontare situazioni critiche. Spesso sono essi stessi vittime di una profonda povertà, sia materiale che relazionale.

Purtroppo, le recenti vicende giudiziarie — con il caso della Famiglia nel Bosco in primo piano — hanno scatenato un vero e proprio caos massmediatico. In questo clima, l’opinione pubblica si è divisa violentemente tra chi cerca un colpevole da condannare e chi un innocente da difendere, trasformando una questione pedagogica complessa in un tribunale alla Garlasco.

Questo rumore di fondo alimenta un’ignoranza pericolosa, che finisce per dipingere le comunità educative come luoghi di punizione o di sottrazione. Forse sì, forse no. Io sicuramente non trasmetto questa cultura e, come me, tanti colleghi che hanno collaborato in questi anni.

Chi segnala? Un sistema che insegue l’emergenza

Il 52% delle segnalazioni ai Servizi Sociali proviene dall’Autorità Giudiziaria. Questo significa che quasi una segnalazione su due arriva quando la situazione è già diventata un fatto giuridicamente rilevante. Quando il danno è già visibile. Quando qualcuno ha già denunciato. Non mi esprimo rispetto a questo ultimo dato. La voce dei minorenni è, spesso e volentieri, considerata poco adatta alle orecchie degli adulti e dobbiamo uscire dalla zona muta: denunciare è difficile, è da infame.

Il dato è impietoso: la scuola segnala solo nel 14% dei casi, i pediatri l’1%, lo sport quasi zero. Questo accade perché i nostri ragazzi li osserviamo, li sorvegliamo, ma — fatemi essere provocatorio — non li viviamo. Sono tra noi, ma rimangono invisibili dietro il carico burocratico di insegnanti esausti e professionisti privi di una formazione specifica al disagio.

Ma c’è un ostacolo ancora più profondo: un sistema che non premia e non tutela chi ha il coraggio di vedere. Questa è una ferita alla nostra civiltà. Chiunque sia consapevole di un abuso o assista a una violenza deve poter agire in nome di una vicinanza solidale, senza il timore di ritorsioni che arrivano fino alla diffamazione. Non possiamo chiedere ai cittadini di essere vigili se poi li lasciamo soli davanti alle conseguenze legali del loro senso civico.

Essere cittadini responsabili significa sentirsi liberi di essere una forma di supporto. Dobbiamo creare spazi in cui le fragilità delle famiglie non siano tabù da nascondere, ma temi di cui discutere apertamente. Solo così la segnalazione smette di essere un atto giudiziario solitario e diventa l’attivazione di una comunità educante che si prende cura dei propri membri più vulnerabili.

Il divario Nord-Sud: una questione di sistema, non di cultura

Al Nord si prendono in carico 51 minorenni ogni 1.000 residenti; al Sud 32 ogni 1.000. La differenza non significa che al Sud i bambini stiano meglio: significa che ci sono meno risorse, meno assistenti sociali, meno servizi, meno cultura della segnalazione. È un problema strutturale e politico, prima ancora che professionale.

La durata della presa in carico lo conferma: al Nord e al Centro, il 62-64% dei bambini rimane in carico per più di due anni (segno di un lavoro approfondito e continuativo); al Sud questa quota scende al 48%. Percorsi più corti non significano situazioni risolte più in fretta: spesso significano risorse insufficienti per accompagnare davvero.

Minorenni stranieri: tre volte più vulnerabili

I minorenni stranieri risultano presi in carico per maltrattamento in misura tre volte superiore rispetto ai coetanei italiani (31 ogni 1.000 stranieri residenti, contro 10 ogni 1.000 italiani). Il dato è uniforme in tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla macroarea.

Non si tratta di una predisposizione culturale alla violenza: si tratta di famiglie che affrontano sfide enormi — instabilità economica, isolamento sociale, barriere linguistiche, difficoltà di accesso ai servizi. Fattori di rischio cumulativi che nessun genitore sceglie volontariamente.

il Neglect emozionale è il più invisibile

Tra le forme di maltrattamento, quella riconosciuta più tardi — o meno frequentemente — è il Neglect emozionale: viene identificato come motivo principale di apertura della cartella solo nel 45% dei casi in cui è presente. La violenza fisica, al contrario, viene riconosciuta nel 76% dei casi fin dall’inizio.

Questo ha senso, ma è anche un campanello d’allarme. Un livido si vede. Un bambino che non è mai stato ascoltato, a cui nessuno ha risposto con calore, che ha cresciuto dentro di sé un vuoto relazionale profondo — quello non si vede subito. Si riconosce nei comportamenti, nelle narrazioni, nei silenzi. Si riconosce quando si è formati per farlo.

Cosa ci chiede tutto questo, come educatori e pedagogisti

I dati della III Indagine Nazionale sul maltrattamento non sono solo grafici o numeri da incastrare in una relazione per l’ennesimo progetto. Sono uno schiaffo. Sono un richiamo che, come professionisti, non possiamo permetterci di ignorare. Davanti a certe cifre, chiunque faccia questo mestiere con onestà non può che fermarsi e porsi delle domande scomode.

Questi dati ci raccontano di fenomeni antichi, quasi atavici, che continuano a nascondersi nelle pieghe delle nostre città. Ci dicono che è ora di disvelarli, di smettere di guardare altrove. Per farlo, dobbiamo avere l’umiltà di tornare sui libri, di ricominciare a fare ricerca sul campo con lo sguardo curioso di chi vuole capire davvero, non solo catalogare. Solo se comprendiamo la radice profonda di questo disagio possiamo sperare di tradurlo in soluzioni che siano umane, prima ancora che operative.

Ma c’è una verità che dobbiamo dircela chiaramente: come educatori non andremo da nessuna parte se pretendiamo di camminare da soli. Dobbiamo sporcarci le mani insieme a tutta la società. È tempo di abbattere i muri che separano le carriere, di smettere di pensare per “uffici” o per “competenze esclusive”. Dobbiamo abbracciarci in un’unica comunità di pratica, un’alleanza vera che persegua il bene comune come bussola, costruendo una conoscenza che appartenga a tutti e che protegga tutti.

E poi c’è il mio auspicio più grande per chi lavora ogni giorno in comunità. Vorrei che tornassimo a cogliere le biografie. Dobbiamo riprenderci il diritto di raccontare e, soprattutto, dare ai ragazzi il diritto di raccontarsi. Basta guardare a questi giovani come a dei “casi” clinici, dei codici o delle “situazioni pesanti” da gestire. Sono persone. Sono biografie in divenire che, per un pezzetto della loro vita, incrociano la nostra e diventano nostri compagni di viaggio.

Proprio come Ulisse nel suo lungo e faticoso vagare, anche loro cercano una rotta. Noi non siamo i comandanti della loro nave, ma possiamo essere quelli che li aiutano a tessere di nuovo il filo della loro storia, un filo che spesso si è spezzato o aggrovigliato nel trauma. Aiutiamoli a riannodare quei nodi, a ritrovare la trama della loro identità, perché solo riappropriandosi del proprio racconto potranno finalmente smettere di sentirsi naufraghi e ricominciare a navigare verso il proprio futuro.

Autore

  • Sono Alessandro Lupo. Faccio il pedagogista. Lavoro con ragazzi difficili nelle comunità educative per minorenni.

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