Cura dell’eredità familiare: tra teoria e clinica con Andolfi, Cigoli e Scabin

Rappresentazione simbolica dell'eredità familiare e della trasmissione tra generazioni"

Cura dell’eredità familiare: tra teoria e clinica con Andolfi, Cigoli e Scabin


La cura dell’eredità familiare: prospettive teoriche e risvolti nella pratica clinica

Il contributo di Giancarlo Tamanza, docente dell’Università Cattolica di Milano sulla «cura dell’eredità familiare» si inserisce in modo coerente all’interno della prospettiva simbolico-relazionale, offrendo una chiave di lettura particolarmente feconda per comprendere i processi intergenerazionali che attraversano la vita familiare.

Ciò che colpisce, in primo luogo, è il tentativo dell’autore di sottrarre il concetto di eredità a una visione riduttiva – limitata agli aspetti biologici o patrimoniali – per collocarlo invece nel cuore della dinamica relazionale e simbolica che struttura il legame familiare.

La proposta di considerare l’eredità come oggetto di cura rappresenta un passaggio teorico rilevante, soprattutto per chi, come uno psicoterapeuta sistemico-relazionale in formazione, è chiamato a interrogarsi sui processi di trasmissione e trasformazione che attraversano le generazioni.

Il doppio riconoscimento: origini e scambio intergenerazionale

Uno degli aspetti più convincenti del testo riguarda l’idea che la cura dell’eredità consista essenzialmente in un duplice movimento di riconoscimento: da un lato, il riconoscimento delle proprie origini; dall’altro, il riconoscimento dello scambio intergenerazionale. Questa impostazione si colloca chiaramente nel solco degli studi di Scabini e Cigoli, che hanno definito la famiglia come luogo privilegiato di trasmissione simbolica tra le generazioni.

Scabini ha più volte sottolineato come il legame familiare sia fondato su una struttura di dono e debito che attraversa il tempo e connette le generazioni, mentre Cigoli ha elaborato il concetto di «trasmissione generazionale» in termini di vincoli e possibilità trasformative.

È possibile rintracciare consonanze significative anche con il pensiero di Andolfi, soprattutto per quanto riguarda l’idea della famiglia come sistema vivente e narrativo, in cui ogni individuo è portatore di una storia che chiede di essere riconosciuta e rielaborata.

In questa prospettiva, la cura dell’eredità può essere letta come il processo attraverso cui tale storia viene resa dicibile, condivisibile e trasformabile all’interno della relazione terapeutica.

Luci e ombre del modello: il confronto con Andolfi, Scabini e Cigoli

Proprio il confronto con questi autori consente di mettere in luce alcune criticità del modello proposto da Tamanza. Rispetto alla prospettiva di Andolfi, il testo appare meno attento alla dimensione narrativa e alla possibilità di co-costruire nuovi significati all’interno della relazione terapeutica. Se in Tamanza l’accento è posto prevalentemente sul riconoscimento e sull’elaborazione dell’eredità, in Andolfi emerge con maggiore forza l’idea di una trasformazione attiva attraverso il dialogo, la metafora e l’esperienza condivisa in terapia.
Analogamente, rispetto a Scabini e Cigoli – che pur sottolineando la dimensione etica del legame familiare mantengono una certa apertura alla complessità e alla pluralità delle forme familiari – Tamanza sembra talvolta orientarsi verso una visione più normativa della trasmissione intergenerazionale. Il richiamo alla «cura della riconoscenza», ad esempio, se da un lato risulta clinicamente utile per comprendere le dinamiche di lealtà, dall’altro rischia di essere interpretato in senso prescrittivo, soprattutto in contesti familiari segnati da gravi carenze o traumi.

Dalla teoria alla clinica

Questa tensione emerge con particolare evidenza nella pratica clinica.

Durante il mio tirocinio presso un servizio di neuropsichiatria infantile, ho avuto modo di osservare situazioni in cui il richiamo implicito alla riconoscenza rischiava di rinforzare dinamiche disfunzionali. In una famiglia seguita per il ritiro sociale di un adolescente, il ragazzo viveva un forte senso di obbligo nei confronti della madre, che aveva affrontato importanti sacrifici per crescerlo da sola.

Quel «debito» si traduceva in una difficoltà a separarsi e a investire in relazioni esterne, configurandosi come un ostacolo reale al processo di individuazione.

In questo caso, il lavoro terapeutico – in linea con l’approccio di Andolfi – ha cercato di creare uno spazio narrativo in cui fosse possibile riconoscere il valore del legame senza esserne vincolati in modo rigido. Il contributo di Cigoli si è rivelato particolarmente utile anche per comprendere le forme disfunzionali della trasmissione, come la saturazione e l’espulsione. Queste categorie si sono dimostrate estremamente pertinenti nella mia esperienza di tirocinio, dove ho potuto osservare famiglie in cui i figli erano, da un lato, completamente assorbiti dalle aspettative genitoriali o, dall’altro, marginalizzati e privati di un riconoscimento identitario.

Riflessioni critiche: tre nodi irrisolti

È tuttavia necessario sviluppare una riflessione più esplicitamente critica. In primo luogo, la forte enfasi sulla dimensione etica del debito e della riconoscenza rischia di scivolare in una visione normativa della famiglia. Scabini stessa, pur riconoscendo l’importanza del dono e del debito, sottolinea la necessità che tali dinamiche siano inserite in un contesto di reciprocità e giustizia relazionale. In assenza di queste condizioni, il richiamo alla riconoscenza può trasformarsi in uno strumento di controllo e di colpevolizzazione.
In secondo luogo, il modello appare relativamente poco sensibile alle trasformazioni sociali contemporanee. Le famiglie che incontro nel contesto della neuropsichiatria infantile sono spesso caratterizzate da configurazioni complesse: famiglie ricostituite, contesti migratori, situazioni di affido. In questi casi, la trasmissione dell’eredità non segue traiettorie lineari, ma si configura come un processo frammentato e negoziato, che richiede strumenti teorici più flessibili.
In terzo luogo, permane una certa difficoltà nel tradurre il costrutto di «cura dell’eredità» in pratiche cliniche concrete. Se da un lato esso rappresenta un potente strumento interpretativo, dall’altro richiede di essere integrato con modelli operativi più espliciti. Il dialogo con altri approcci sistemici e narrativi potrebbe arricchire ulteriormente la proposta di Tamanza, rendendola più fruibile nella pratica terapeutica quotidiana.

Conclusioni: un concetto da tenere vivo

Il contributo di Tamanza si configura come un importante punto di riferimento per la riflessione sui processi intergenerazionali, in continuità con il pensiero di autori come Andolfi, Cigoli e Scabini. La nozione di cura dell’eredità consente di cogliere la complessità del legame familiare e di valorizzare la dimensione simbolica ed etica della trasmissione.
Allo stesso tempo, essa richiede di essere continuamente interrogata e integrata, affinché possa sostenere efficacemente il lavoro clinico in contesti familiari sempre più complessi e differenziati. Nel mio percorso formativo, mi sono accorto di quanto sia facile oscillare tra il rischio di «psicologizzare» eccessivamente l’esperienza individuale e quello di appiattirla su schemi teorici rigidi. Il concetto di cura dell’eredità – con i suoi limiti e le sue potenzialità – rappresenta un tentativo interessante di tenere insieme queste dimensioni, e merita di continuare a essere discusso nella comunità degli psicologi e dei terapeuti sistemici.

Autore

  • Juri Bruni è psicologo e in formazione in psicoterapia sistemico-relazionale. Collabora con il blog nello spazio dedicato alla riflessione critica su psicologia, pedagogia e vita familiare.

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Lupo Alessandro Educatore e Pedagogista
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